• mar
    01
    2010

Album

Warp Records

Apre inequivocabile evocando fantasmi di canti e tamburi pellerossa e prosegue con una preghiera agli antenati protettori il disco dell’emersione dopo anni di anonimato carbonaro del misterioso Gonjasufi, vocalist intenso e carismatico che avevamo scoperto tra i solchi di Testament di Flying Lotus. Un disco che spiega alla maniera degli antichi, senza troppe teorizzazioni e con tanti esempi, come la musica sia una sola e i generi le facce dello stesso cubo di Rubik. La musica di Gonja è molteplice e unica, è hip hop («profondo, spirituale e complesso», parola di Steve Hackett), è soul (la pasta della voce che la anima, l’immaginario ad un tempo carnale e trascendente di cui è intrisa), è blues (nella forma, nell’essenza, non nelle forme). E’ soprattutto psichedelica, un trip rallentato dalla ganja, allucinato dal pejote del Mojave.

Le basi di Gaslamp Killer sono schegge – brevi, ruvide, compatte – che limitano al massimo i collagismi e si preoccupano di fornire la versione Sufi di riferimenti che vanno dal rock Sessanta, al funksoul, a suggestioni etniche (Messico, India) e da colonna sonora (western), all’elettronica (il wonky polveroso e amniotico di Ancestors, prodotta da Flying Lotus; il bleep-reggae giocattoloso di Holidays, prodotta da Mainframe), imponendo su tutto però come una patina grezza, slacker e lo-fi, e allo stesso tempo tenendo d’occhio la melodia, mantenendo costante una godibilità davvero alla portata di tutti.

Tutto questo senza perdere un’oncia di personalità e riconoscibilità. Perché la somma delle parti non fa il tutto e quel di più che sfugge è proprio Gonja con la sua voce, un falsetto ruvido e dalle mille sfumature, capace di arrancare poesiole naïf, di sbraitare come Tom Waits e di farsi poi sottile e sussurrare languidi lounge per tramonti su Mururoa: I wish I was a sheep / Instead of a lion… Singoli episodi eccezionali, un effetto finale e globale semplicemente esaltante.

A Sufi And A Killer è un disco lungamente meditato, lentamente costruito, che esce all’alba di un decennio che si lascia alle spalle la scoperta del meticciato totale come via espressiva privilegiata. Gonja è un meticcio e questo disco rappresenta perfettamente l’idea di una musica meravigliosamente contraddittoria e animata da tensioni opposte (come può essere la musica di un ex-rapper che vive a Las Vegas e insegna Yoga), ancorata ad un’idea sincretica e tutta personale di tradizione (e forse proprio per questo capace di proiettarsi nel futuro), una musica insomma perfettamente contemporanea.

Ma al di là dei caratteri che ne possono fare un classico della contaminazione e dell’estetica post-, questo disco colpisce cuore e cervello perché va oltre: metabolizza le suggestioni di cui si nutre, le fa sue, e presenta al mondo – in un modo ad un tempo profondo e leggero – una nuova grande sfuggente personalità artistica. Un disco importante ma soprattutto bellissimo, il primo grande disco del 2010.

27 febbraio 2010