• nov
    01
    1997

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Big Cat

Come ti raccolgo l’euforia dei 90s e i timori di fine millennio, il contrasto stranamente armonico tra il senso di futuro in espansione e la possibilità del precipizio, per farne canzoni che oscillano tra palpitazioni lo-fi e impennate power-pop, elettricità svalvolata ed elettronica vintage. Il debutto ufficiale dei Grandaddy organizza tutte le premesse disseminate negli ep precedenti in un concept concreto ma impalpabile: fu tipo come accendere un falò in un niente periferico, circondati dal deserto dei residui tecnologici, sotto il ponte di chi ha perso i treni del successo e senza la consolazione di un Tom Joad atteso a spandere propositi di rivalsa. Domina quindi una voglia di affabulazione amara, un disincanto indolenzito capace però di scavarsi nel cuore nicchie di meraviglia. Come se la sensibilità non fosse stata annichilita ma posta fuori corso, svalutata al rango di modernariato, riciclabile come paccottiglia nostalgica.

Lytle e compagni affrontano la questione con la loro pensosa naiveté, con un solipsismo capace di folgoranti e fiabesche epifanie pop. Fin dall’iniziale Nonphenomenal Lineage si entra a far parte di un mondo tremolante, fatto di tastierine fuori corso, arpeggi allibiti, malinconie fantasma come un Neil Young sognato dai Notwist. La compresenza, quasi un conflitto giocoso, tra passato e presente, tra nostalgia e post-modernità, è già e sarà sempre lo sfondo delle loro partiture. Così come la schizofrenia geografico/stilistica, che fa incocciare Pavement e Abba (gli scettici ascoltino il delirio onirico e incendiario di Summer Here Kids), dEUS e Pet Shop Boys (lo pseudo soul teso tra elettroniche croccanti di Everything Beautiful is Faraway), Lennon e Floyd (nell’indolente fantasmagoria di Why Took your Advice).

Come capita spesso agli esordi, il principale scopo del disco sembra definire un raggio d’azione specifico, un’enclave poetica prima che formale, per poi su ciò edificare la cifra espressiva della band. Tuttavia è già altissima la qualità della scrittura, capace di sfornare gioielli pop a pronta presa come A.M.180, con quell’irresistibile riffettino di tastiera (di cui in futuro si confermeranno specialisti) e l’aria tra il dimesso e il sublime, mentre le distorsioni del lo-fi sembrano recuperare un’innocenza sfavillante. Il resto (Lawn And So On, Go Progress Chrome) è un carosello di miraggi che pesano sul petto, senso di perdita tra tastiere cremose e fruscii sintetici, delirio d’esistenza al capolinea, polaroid sovraesposte e consumate dal tempo immobile, le vene psych scavate nel cuore stesso del sogno smarrito, dove gli spettri dei Sessanta si consumano in un loop splendido e senza più alcuno scampo.

E’ la migliore premessa possibile al capolavoro The Sophtware Slump, col quale si tufferanno nello spazio profondo del nuovo millennio realizzando uno degli ultimi dischi pop-rock in grado di suonare come il respiro di un’epoca.

1 giugno 2006
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