• set
    01
    1964

Giant Steps

Blue Note

In quel tempo i chitarristi non erano benvisti nelle formazioni jazz. Anzi, spesso venivano considerati un’anomalia. Ma Grant Green cambiò le carte in tavola. La Blue Note lo chiamò nel ’61 per illuminare i lavori di calibri come Stanley Turrentine, Hank Mobley, Herbie Hancock, Horace Parlan, Lou Donaldson… Fin da subito però Grant si propose come project leader, sfornando una quindicina di titoli in poco più di due anni (!), tra i quali apprezzati capolavori come Sunday Mornin’, Feelin’ The Spirit e soprattutto Idle Moments. Ci tengo a ripeterlo: capolavori. Supportato dai campioni e campioncini della grande famiglia Blue Note, sembrava nato per cucire il sound della propria Gibson ai vividi incroci di ottoni, contrabbassi e pianoforti, organizzati in quartetti o quintetti perlopiù. Fin da subito però mostrò una certa propensione per il trio, in particolare per il cosiddetto organ trio, nel quale hammond, chitarra e batteria giocano di squadra e d’egoismo, inseguendosi e contrappuntandosi, amplificando l’uno la voce dell’altro per un sound franco ed essenziale, straordinariamente diretto ed efficace. A patto, s’intende, che gli attori abbiano da mettere carte buone sul piatto.

Ci provò un paio di volte con Baby Face Willette e Ben Dixon (in Grant’s First Stand a suo nome e in Stop And Listen firmato Willette, entrambi del ’61), poi assieme a Jimmy Smith e Donald Bailey (in I’m Movin’ On di Smith, 1963), infine con John Patton e Ben Dixon (in Blues For Lou, 1963). Tutti buoni o buonissimi lavori, ma la quadratura del… triangolo sarebbe pienamente avvenuta col magnifico Talkin’ About. Registrato in un fatidico 11 settembre del ’64, si avvale dei servigi di Larry Young all’organo, da qualcuno etichettato come il John Coltrane dell’Hammond B3, e dell’impagabile Elvin Jones ai tamburi, colto nell’intervallo tra le incisioni degli incommensurabili Crescent e A Love Supreme col quartetto di Trane. Lo abbiamo citato due volte di rinterzo, il grande John, ma Talkin’ About J.C. lo omaggia esplicitamente, aprendo la scaletta all’insegna d’uno swing arguto messo insieme intrecciando sottigliezze modali d’organo e chitarra sulla trama impalpabile e febbrile del drumming.

Poche battute ed è già chiaro che la combinazione è eccelsa: Green si disimpegna agile, affila il sustain e zampilla disinvolto sul gracidio puntuale dell’organo, a sua volta intenzionato a macinare assoli fervidi e ipercromatici mentre la sei corde contrappunta garbata o salace alla bisogna. Quanto a Jones, obbedisce di buon grado alla (tacita) esigenza di regolarità e serialità, apparecchiatura ideale per le note distese o compresse elargite dall’estro elastico del leader, ma pur sempre restando Elvin Jones e quindi sminuzzando lo sminuzzabile, sfarfallando fitto e vivido, concedendosi brevi ma ribollenti assolo. Quest’album, quindi, si compie all’insegna d’una flemmatica aura modernista stesa sul ferreo sostrato traditional, tra placido struggimento e sconfinata amarezza (People, You Don’t Know What Love Is), tra boogie swing birbone ed ex-country divertiti (Luny Tune, I’m an Old Cowhand). Bazzicando la più discreta delle perfezioni.

1 settembre 2008
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