• nov
    06
    2015

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4AD

Non c’è dubbio che la gestazione del quarto album di Grimes, Art Angels, sia stata alquanto complicata. Verso fine dell’estate del 2014 usciva Go, un brano dalle evidenti sonorità EDM e radio friendly scritto in origine per Rihanna e rifiutato da quest’ultima. La canzone ha deluso talmente i fan storici da garantire all’artista (basta dare un’occhiata al suo canale Youtube) una valanga di insulti corredati da disapprovazione generale e dalla proverbiale accusa di essersi venduta. Di lì a poco, parliamo di metà settembre, in una intervista al New York Times Grimes comunicava di aver cestinato il nuovo album, lasciando nelle teste di molti la balzana idea che la post-blog star avesse ceduto al pressing di un trollaggio asfissiante, e che il suo personaggio si sarebbe presto sgonfiato con l’arrivo del nuovo disco.

In verità, Grimes è una persona tutt’altro che insicura; piuttosto il suo problema principale è sembrato, fin dall’inizio, quello di gestire e filtrare la massa di stimoli che la solleticano e la divertono. Così ha fatto le cose con calma e in relativo silenzio: ha infilato una canzone di Natale con il fratellastro, suonato un chiacchieratissimo set per Boiler Room, pubblicato il singolo Realiti e una nuova collaborazione con Bleachers, pubblicato la copertina per il comic book The Wicked And The Divine e fondato la Eerie Organization, realtà nata per aiutare gli artisti emergenti.

Anticipato da alcune oculate interviste, Art Angels è stato annunciato a sole tre settimane dalla sua uscita ufficiale. Nel nuovo disco Claire Boucher cambia e punta ancora più in alto, in termini di sartorialità della formula musicale e concept alla base dell’opera, risultando ancor più libera nello sprigionare contagiosa femminilità ed esuberanza, ed incanalando la proposta verso quelle rotondità di produzione che l’ambizione e le regole del gioco richiedono. Lo stacco tra questo album e Visions è notevole, ed è uno scarto nella direzione pop anelato fin dai tempi del famigerato singolo, eppure non nei termini di quel pop EDM che maldestramente avrebbe potuto facilmente essere. Piuttosto un ibrido power pop sorretto da una produzione che si avvale di nuovi strumenti (tra tutti, un violino ripulito con l’autotune), ma soprattutto di un approccio 90s rivisitato con tanto di chitarrine liofilizzate, drum machine e tiro dance femminista nel senso di rock – ma non di quel rock transgenico da maschietti stile grebo o Nine Inch Nails, piuttosto del ribellismo dell’American Life di Madonna.

La superficie dell’intero lavoro risulta estremamente pulita, pensata e ripensata, e l’aspetto che più colpisce ascoltando con attenzione l’album, è che gli equilibri arrangiativi sono quasi sempre efficaci, sia che guardino a filtri e bassoni HH e skrillex/diplate varie (vedi il pezzo tribal con Janelle Monàe), sia che puntino a parentesi cyber rock (Scream con il feat. di Aristophanes). Se in passato per Grimes si spendevano paragoni con Björk/Chelsea Wolfe/Lykke Li, ora ascoltando uno dei numeri più melodici in scaletta, ovvero California, il pensiero va alla Taylor Swift sbanca classifiche di 1989 (il paragone è con il brano Welcome To New York), ed è tutta salute perché è così che vorremmo il mainstream: non una rincorsa vampiresca di danarose popstar alla linfa alternative, ma nuove pop star in grado di far sfilare i propri abiti/arrangiamenti e di scegliere da sole la propria formula, imponendo una nuova moda senza prenderne in prestito una già esistente attraverso questo o quel producer compiacente e compiaciuto (vedi la Katy Perry di Dark Horse, la copertina di Prism, ecc…).

Rispetto alla Swift, che ha imposto una sintesi ultrapop stellestrisce tutta rotondità, o alle starlette del K-Pop, Grimes non rinuncia né all’anthem pop, né al massimalismo, risultando immediata (a qualcuno sembrerà anche troppo immediata), fresca e contagiosa, ma al tempo stesso svincolata dal 2D del pronto consumo. Sta qui la riuscita di brani come Realiti, Flesh Without Blood e Easily o di una ballad dolorosa come Live In The Vivid Dream, e persino del tiro prog-house di Butterfly, un brano che vocalmente sembra una via di mezzo tra Katy B e Ellie Goulding e che a livello di produzione suona come Calvin Harris avrebbe sempre dovuto suonare (certo, in un mondo ideale dove le radio FM passano l’ultimo disco dei New Order e non l’ennesimo synth in overdrive).

In Art Angels Grimes è regista, interprete e coreografa del suo personale caleidoscopio musicale, una sorta di eccentrico LARP abitato da una serie di personaggi fittizi (LV., Roccoco Basilisk, Kill V. Maim, Skreechy Bat ecc.) con i brani in scaletta vestiti come modelle ad una sfilata di alta moda, ma non per il prêt-àporter di Ariana Grande e Co. Certo, non è una novità assoluta per lei, piuttosto l’ennesima metamorfosi che, al contrario di quella della Zola Jesus di Taiga, impantanata in un limbo tra accessibilità e caricatura, assomiglia sempre più a quelle storiche di Madonna o David Bowie, parabole artistiche che hanno plasmato arrangiamenti e immaginario ad ogni album a seconda del progetto artistico da costruire o dell’importante accadimento biografico da portare all’esterno.

11 novembre 2015
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