• set
    01
    1973

Giant Steps

Columbia Records

No, non suono jazz. Suono musica nera”. Parole e musica – la citazione è approssimativa – di Miles Davis. Chissà se ad Herbie Hancock frullarono tra le orecchie, assistendo all’attacco incrociato che la critica jazz riservò ad Head Hunters, album numero dodici a poco più di un decennio dall’esordio. E’ probabile altresì che appena iniziarono a fioccare le royalty certi crucci siano evaporati come caligine mattutina: ci sono voluti quasi trenta anni affinché Come Away With Me di Norah Jones lo scalzasse dal piedistallo degli album jazz più venduti di sempre. Nel frattempo anche la critica aveva aggiustato il tiro, anche perché molto di quel che era accaduto individuava proprio in Head Hunters un capostipite, punto di riferimento e fonte d’ispirazione per hip-hopper d’ogni ordine e grado. Troppo facile però salire sul carro del vincitore. Meglio restare, per quanto possibile, al merito e all’epoca.

Il pianista chicagoano usciva da un terzetto di album sperimentali che spostavano da par loro l’asticella della fusion (i notevoli Mwandishi, Crossings e – soprattutto – Sextant). Tuttavia, dopo i fasti artistici e commerciali dei sixties, il mercato si era messo di traverso procurandogli non pochi grattacapi. Non per buttarla sul prosaico spiccio, ma la svolta di Head Hunters somiglia davvero ad una rivalsa nei confronti di chi lo calcolava ormai astruso, cervellotico, genio perso nel proprio formidabile labirinto. La metamorfosi investì in primis la band: della formazione precedente confermò il solo Bennie Maupin ai sax (più clarinetto e flauto), completando il quintetto con Paul Jackson al basso, un batterista (Harvey Mason) ed un percussionista iperversatile come Bill Summers (ecco a voi i futuri Headhunters). Per se stesso, il pianista si era apparecchiato un arsenale di piani elettrici e sintetizzatori.

Ecco, dunque, mettiamo che il jazz – postulando Miles – non esista. E che se c’è un obiettivo ce l’hai tutto intorno. Erano giorni caldi sul fronte del funk. Una rivoluzione preparata a lungo e sancita da There’s a Riot Goin’ On di Sly And The Family Stone, ovvero l’abbattimento del muro tra la dimensione artistica e politica. Un incaricarsi della questione razziale senza sconti né vaselina. Un diverso porsi. Che investe tutti gli aspetti dell’espressione, visti come tanti anelli di un’unica catena, dall’acconciatura ai testi passando per il recupero delle radici sonore africane. Tenuto conto di questo, Head Hunters risponde ad un progetto preciso di concretizzazione del jazz. Il funk è un passaggio formale inevitabile e naturale. E’ il codice della contemporaneità, ponte aereo verso i territori primordiali e ritorno all’urbanità selvaggia. Lo sguardo è metropolitano, il cuore impara battiti tribali. E il jazz? Il jazz è una, dieci, cento chiavi di accesso. Hancock ed i cacciatori di teste possono inventare uno spazio coerente e aperto, artificioso ed emblematico. Come dei buoni jazzisti trasfigurano tutto il portato black – contrasti, conflitti, rivalse, rivolte, consapevolezza… – in musica. Astraggono.

Il risultato sono quattro tracce accattivanti e inesorabili: il funk è sostrato mercuriale (l’omaggio a Sly Stone di Sly) e sornione (la celeberrima Chamaleon) per invenzioni futuristiche e assolo incandescenti consumati tra fughe tribali e sospensioni robotiche. In Watermelon Man un motivetto carpito ai pigmei Ba-Benzelé spalanca una liquida meditazione soul-errebì come potrebbe un fantasma ridanciano Steely Dan. Infine quella Vein Melter che incede chimerica come uno stregone accigliato sulla strada silenziosa. Con la sua fruibilità disarmante, Head Hunters è un album che ha stabilito un prima e un dopo.

1 ottobre 2010
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