• ott
    01
    1973

Giant Steps

Columbia Records

Herbie Hancock viene considerato una figura importante ma controversa del jazz moderno. Un artista che ha influenzato almeno una decade – gli anni Settanta – declinando il jazz tradizionale in funk “elettrico” e conquistando larghissimi consensi – il milione di copie vendute con Head Hunters – ma che nel contempo ha fatto storcere il naso a più di un critico illustre. Come Arrigo Polillo, che all’epoca dei fatti lo definiva senza mezzi termini un “dispensatore di rock elettronico di grana grossa”. Accuse, queste ultime, che il Nostro non si preoccuperà minimamente di smentire – alzando, anzi, ulteriormente il tiro nel momento in cui si concederà a spot pubblicitari e sigle televisive – e che non influiranno su una produzione capace di mantenersi su ottimi livelli per buona parte della carriera.

Hancock comincia a studiare pianoforte a sette anni e entro i primi venti ha già suonato con Coleman Hawkins e Donald Byrd. Per il primo disco a suo nome bisogna aspettare pero’ il 1962, quando sugli scaffali compare Taking Off: niente a che vedere con le sperimentazioni di dieci anni dopo, ma abbastanza per impressionare prima Eric Dolphy e poi Miles Davis che lo vogliono in formazione. Una collaborazione che con il secondo dura fino al ’68, quando il matrimonio lo porta ad abbandonare il Miles Davis Quintet – lo sostituirà Chick Corea – e lo spinge a intraprendere un percorso più personale. I tempi sono maturi, ovunque si tentano esperimenti di fusione tra i generi, da un lato per ridurre il gap di consensi con l’ormai affermato rock, dall’altro per modernizzare l’estetica del jazz sfruttando i progressi della tecnologia. Hancock recluta Bennie Maupin, Eddie Henderson, Buster Williams e Billie Hart e con questa formazione dà alle stampe i tre dischi che consacreranno la definitiva svolta elettrica del tastierista americano: Mwandishi, Crossings e, appunto, Sextant.

Dei tre è forse l’ultimo il più organico, con le sue suite marchiate a fuoco dal germe del funk ma al tempo stesso protese verso un futuro fatto di sintetizzatori, suoni dallo spazio, reiterazioni meccaniche e fluidi in movimento. A condividere il lavoro ai synth viene chiamato Patrick Gleeson e il risultato della collaborazione lo si ascolta già nei primi minuti dell’opera. Rain Dance sgocciola suoni di calcolatori valvolari à la HAL 9000, esplode in due secondi di free e cavalca i restanti otto minuti tra groove di bassi acustici in primo piano e cascate di bit sullo sfondo. In un distendersi avvolgente di echoes e passaggi monocordi che è affastellamento e accumulazione, sommatoria e citazioni quasi kraut, loop e variazioni, e che con il jazz comunemente inteso, ha davvero poco a che vedere. Discorso diverso per Hidden Shadows, che torna sulla terra a trafficare principalmente con strutture funkeggianti, pur nell’ottica di un copione che esalta l’irregolarità del beat e prevede una distinzione di ruoli ben precisi: gli strumenti classici fiancheggiano il ritmo su un fraseggio che rimane pressoché immutato e le diavolerie di Hancock e Gleeson “animano il mood”, tra tastiere tradizionali e crescendo sintetici rubati a qualche b-movie sci-fi. Decisamente un bel sentire, anche se chi vede nel jazz esclusivamente tradizione e complicanza fine a sé stessa, a questo punto, taglierà corto. Peccato, perché la conclusiva Hornets sintetizza nei suoi diciannove minuti tutto lo scibile dell’Hancock del 1973, mescolando ottoni ingolfati e varchi dimensionali, synth in wah wah e cicalare di piatti, ritmiche in levare e sudore, in un tripudio di spigoli che quasi stordisce.

1 settembre 2008
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