• feb
    24
    2017

Album

Planet Mu Records

Avercene, di Herva. Fiorentino, madre ivoriana, classe 1991, Herve Atsè Corti sta facendo passi da gigante (ma mai avventati) in un mondo elettronico senza barriere, al di là delle miopi chiusure mentali italiote. Dopo i promettenti primi passi dirty deep house in casa Bosconi (l’EP Skin del 2011, il vibrante e sexy album Meanwhile In Madland del 2012), un gustoso passaggio in Delsin (per la label olandese sono usciti nel 2013 l’EP What I Feel e nel 2014 l’album Instant Broadcast, primo vero segnale di indipendenza di pensiero), un anno di fuoco (il 2015, con il mini-album HTMYO – How To Mind Your Own per la dublinese All City Records; l’EP Dreamers Of Unknown Tales per la londinese Don’t Be Afraid; un remix per Nick Höppner su Ostgut Ton; l’album Venere, firmato insieme all’amico Marco “Dukwa” D’Aquino come Life’S Track, per Bosconi; ma soprattutto Kila, il suo primo long-playing per Planet Mu), e uno di sostanziale calma (un personal remix per Niccolò Daniel Rufo aka Rufus, sempre famiglia Bosconi, qualche serata e gli ultimi sforzi per la laurea in ingegneria elettronica), Herva presenta ora la tesi, con un secondo (toughest in the infants) album per la mitica ultraventennale etichetta di Mike µ-Ziq Paradinas, ideale cassa di risonanza per l’approccio peculiarmente bizzarro del Nostro. Pendolare da Warp a L.I.E.S. e ritorno, passando per le zone più in ombra della Brainfeeder e i sobborghi più drexciyani di Detroit, meno elegante e furbetto di un Lapalux (anche se…), meno nerd di un Legowelt (anche se…), meno hi-tech di un Antwood (anche se…), Herva se ne frega delle etichette e tira volutamente storto, senza manie igieniste, per andare a pescare intuitivamente in tanti mari, traendo ispirazione dal sillabo analogico Nineties così come dagli strumenti trovati in casa. Il sorprendentemente compatto Kila è ottimo metro di paragone, e con Hyper Flux Herva va oltre, svincolandosi dai massimalismi afrofuturistici e dalla vischiosità dei sample, ora più incastonati a scomparsa.

Apre il disco l’ambientale Esotic Energy, che spazia dal dettaglio all’orizzonte, dal micro al macro, dalla lente di ingrandimento al telescopio. Le analogie sintetiche da Rolando Curioso di Jitter aumentano obliquamente i battiti. Nasty MF, tra campanelle weirdo e trapanate elettriche, si posiziona prepotentemente sui 144 o giù di lì: stesso terreno su cui scorrazzano i field recordings e le tastiere detuned di Rule The Sun, più ottovolante che Loto Volante (oh, questa poi…). Con Multicone e le sue corde scordate si prende fiato, ma stando sempre sul chi va là: mai rilassarsi. Se la graffiante electro-house quasideep di Lly Spirals è l’episodio più legato alle cose passate di Herva (gli zii Mike & Rich annuiscono a tempo), con il pazzo patchwork di Solar Xub il fiorentino procede spedito verso un futuro che ripiega su sé stesso, con tanto di schitarrata esorcizzante. Su Meta Wave e Cops Twerk impera il lo-fi, tra strimpellamenti dark al basso e walkie talkie impazziti. I beat all’incontrario di Peach incendiano il quarto mondo, quelli di Dedicated accarezzano la voce di Mar G (da appuntarsi il giustappunto melodico). Le fanfare elettriche di Zykmed chiudono un album maledettamente folle e maturo. Herva: classe 1991, gran classe.

27 febbraio 2017
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