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  • apr
    01
    2007

Album

La Tempesta Records

Esistono dischi da ascoltare ed esistono dischi da leggere. L’esordio di questo gruppo di non esordienti appartiene di diritto alla seconda categoria in virtù non soltanto di un nome dalle evidenti reminiscenze artaudiane, né di un titolo altisonante e da saggistica rinascimentale. Dell’Impero Delle Tenebre vi appartiene perché è letteratura, anzi alta letteratura che sfrutta, invece di carta e penna, note e pentagramma.

Per intendersi, questo disco è interamente da leggere nello stesso modo in cui lo era Non Io dei Bachi Da Pietra, di cui sembra la versione “piena”. Ma non fraintendetemi. Le differenze ci sono e sono evidenti, ma il sentimento di fondo che lo permea non è così diverso. Se lì l’accoppiata Dorella/Succi procedeva per sottrazione, disidratando il suono nello stesso modo in cui la scrittura minimalista del secondo risultava inaridita dagli eventi e da un senso di apocalisse incipiente, qui i quattro protagonisti spazzano via l’ascoltatore con un suono musicalmente così pieno da mettere letteralmente paura, come fosse quel carrarmato rock da cui prende il titolo un pezzo dell’album; ma il senso letterario dei testi di un Capovilla (stupefacente nell’inedito ruolo del cantautore noise) è sulla stessa lunghezza d’onda in quanto a pathos ed dolorosa partecipazione.

Roba che scotta, insomma, dinamite pura trasposta su pentagramma. Dal punto di vista strumentale, l’impianto sonoro è rodatissimo e sfrutta non solo il noise-blues triturato da One Dimensional Man in un decennio di onorata carriera, ma anche suggestioni diverse in cui grosso merito hanno gli elementi in ballo: se la batteria di Francesco Valente è un metronomo scavezzacollo, chitarra e basso (Gionata Mirai e Giulio Ragno Favero rispettivamente) sono un mostro a più teste che si interseca, si evita, si rincorre di volta in volta.

Dal punto di vista della comunicatività quella del quartetto è musica che, complice l’italico verbo, invita a pensare, a riflettere sull’attualità in virtù di una scrittura dai forti connotati da cantautorato rock che, priva di mediazioni o barriere linguistiche, si fa diretta ed efficacissima. Come di volta in volta De Andrè, Bene o Gaber immersi nel rifferama ottundente e opprimente che deve in egual misura a Jesus Lizard, Birthday Party, Melvins, Scratch Acid (la cui Eyeball viene liberamente riletta in Dio Mio) ma molto, molto più compatto e messo a fuoco. Ad emergere dalle liriche di Capovilla è un senso di eterna e ineluttabile sconfitta. Quella del XXI secolo, privo di memoria storica (la title track); quella del partigiano protagonista di Compagna Teresa (secondo chi scrive capolavoro indiscusso dell’intero disco); quella di una società che impazzisce per l’immediato, grandguignolesco spettacolo della vanità televisiva ma che non ne trae nessun insegnamento.

Il Teatro Degli Orrori mette su disco le paure, i timori, le frustrazioni del quotidiano… in una parola sola l’impegno sociale che da sempre si richiede all’artista, alla sua funzione di coscienza critica della società; figura che mai come oggigiorno sembra invece ridotta a macchietta di se stessa, incastrata inoffensivamente nell’ingranaggio dello spettacolo a tutti i costi.

1 aprile 2007
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