• set
    09
    2014

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Matador

Segnali di vita in casa Interpol, che con l’ultimo e omonimo album, sembravano diretti verso una necrosi creativa da cui non pareva esservi ritorno. C’era bisogno di lasciare ad ognuno il tempo di ripensarsi come artista, di dedicarsi a progetti solisti per tornare con un album che sapesse aggiornare una formula logora. Un cosa che nessuno dei campioni dell’indie rock dello scorso decennio ha saputo fare in modo convincente.

A ben vedere gli Interpol sono rimasti gli unici a cui pubblico e stampa hanno voluto concedere il beneficio del dubbio. Merito di un esordio che col trascorrere del tempo ha assunto i connotati della pietra miliare e, perché no, di un’immagine che non ha smesso di essere fascinosa e impermeabile allo scorrere del tempo. Oggi la parola d’ordine sembra essere quella del cambiamento nella continuità. Pertanto nessuno stravolgimento; piuttosto si percepisce da subito il ruolo di secondo piano a cui è stato relegato il basso. In questo senso il singolo apripista All The Rage Back Home, detta l’agenda dell’album: gli uptempo, l’interplay ossessivo delle chitarre, la maggiore dinamica. Era qualcosa di cui la band sembrava non essere più capace.

Oggi si rivede la luce grazie al complesso reticolo sonoro di My Desire, all’incredibile affiatamento che sta dietro il tour de force chitarristico di Anywhere. Fondamentale è il mood dell’intero lavoro. Paul Banks e soci sembrano divertirsi di più, di conseguenza si diverte anche chi li ascolta. Lo si percepisce nel modo che hanno di giocare con i riff, di svilupparli e deformarli, specie quello che fa da perno alla bella Same Town New Story.

C’è un canovaccio che sta alla base di ogni brano e che prevede la ripetizione di un pattern, che viene stressato, ingigantito e reso epico. È un’idea di psichedelia metropolitana, al cui sviluppo ha contributo il lavoro fatto da Paul Banks nel progetto Julian Plenti e che ha portato alla rottamazione di elementi del passato, quali le analogie con Joy Division e Psychedelic Furs, e le influenze emocore. Il risultato è che El Pintor è l’album più personale mai realizzato dagli Interpol. Non male per chi, fino a poco tempo fa, era dato artisticamente per spacciato.

27 agosto 2014
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