• apr
    01
    2012

Album

Columbia Records

John Anthony Gillis – per gli aficionados Jack White – è musicista vero con talento, attitudine e buone frequentazioni. Un altro che probabilmente avrebbe voluto nascere (almeno) trent'anni prima, però se l'è cavata benissimo lo stesso, dimostrando di saper manipolare come pochi la materia e l'immaginario del blues-rock tanto da regalare agli anni Zero la band iconograficamente più caratterizzata (gli ultraoptical e ipergossippati White Stripes) nonché poi il riff perfetto di Seven Nation Army, avatar ficcante e sradicato, buono per l'headbanging nella cameretta ed il coro da stadio. Accantonato il sodalizio con la ex-moglie, non sono mancate le occasioni per tenere in caldo le corde, tra Racounters, Dead Weather e una selva di credits tra produzioni e comparsate.

Sembra quasi incredibile che solo oggi, a trentasei anni suonati, per Mr. White arrivi l'album d'esordio come solista. Che per metà aderisce alle aspettative, sciorinando vampe hard-blues di stampo 70s, errebì funk e folk venato black, poi sa regalare passaggi meno prevedibili come lo struggimento cameristico Eels della title track, i capricci sciropposi quasi Marc Bolan di Hip (Eponymous) Poor Boy e la fregola Lennon di I Guess I Should Go to Sleep. Ciò non toglie che questo Blunderbuss, come un po' tutto il suo repertorio, suoni più come uno sfizio esaudito che come una necessità espressiva. È divertente, ben confezionato (vedi soprattutto la smania freak della conclusiva Take Me With You When You Go). Ma dove sfodera turgore non si avvicina neppure alla grana basale dei Black Keys (anche quelli addomesticati di adesso), a tratti sembra piuttosto ricoperto di una patina cool Lenny Kravitz che tenta disperatamente di liquefare sciacquando vigorosamente i panni nel Delta.

Col risultato di sembrare una versione garbatamente middle class di Jon Spencer, vedi le incandescenze tardo 60s di Missing Pieces, il John Lee Hooker resuscitato a viagra di I'm Shakin o l'esilio dorato Stones di Trash Tongue Talker. Un gioco di ruolo che diventa sfacciato in Sixteen Saltines, così bramoso di ficcare nel ventre molle del mainstream rockista un altro riff assassino da scordarsi anche solo uno straccio di melodia, e non va molto meglio con Love Interruption, ballad a due voci (la brava controparte si chiama Ruby Amanfu) come una cartolina arrivata in ritardo dal Robert Plant di Raising Sand. Credo proprio che da questo disco White otterrà tutto ciò che aveva preventivato, tranne forse il senso di autenticità sanguigna, che temo gli sia fisiologicamente aliena.

19 aprile 2012
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