Cult Movie

Come superare un capolavoro? Realizzandone un altro, senza preoccuparsi troppo del confronto e rimanendo fedeli alla propria idea di cinema. Lo direbbe James Cameron, che a metà degli anni Ottanta conobbe il successo che lo avrebbe accompagnato per tutta la sua carriera scrivendo e dirigendo un thriller fantascientifico che avrebbe fatto scuola: Terminator. Dopo il successo internazionale della pellicola con il minaccioso T-800 interpretato da Arnold Schwarzenegger, il regista fu sommerso dalle offerte più disparate (e l’idea di realizzare una pellicola sul transatlantico Titanic fluttuava già nella sua geniale testolina), ma il progetto su cui decise di porre la sua attenzione e dedizione fu un sequel, quello di Alien, capolavoro horror-fantascientifico realizzato nel 1979 dal talentuoso Ridley Scott. Con l’intenzione di scartare completamente la componente misteriosa e introspettiva della vicenda del capostipite, l’idea di Cameron fu quella di imbastire un enorme spettacolo audiovisivo che soddisfacesse sia le ambizioni dei produttori, che quelle degli spettatori, contribuendo ad aggiornare nuovamente le regole del blockbuster ed avvicinandolo alla moderna idea di cinema d’intrattenimento. Convinto dei propri mezzi e conscio dell’enorme avanzamento tecnologico di tutto il comparto degli effetti speciali negli ultimi sette anni, Cameron scrisse il soggetto e la sceneggiatura (quasi in solitaria) e si dedicò completamente alla costruzione di un mondo del futuro (quello del 2179) che rivisto oggi non perde un decimo della sua credibilità, aumentando esponenzialmente la critica verso il mondo delle corporazioni, interessate solo ad arricchirsi a discapito della sopravvivenza di vite innocenti.

Dal primo film torna l’unica superstite, l’ufficiale Ellen Ripley, un personaggio ovviamente molto più tormentato che in precedenza, alle prese con la perdita assoluta della propria innocenza e trasformato in combattente tout court (come sono di norma i grandi personaggi femminili del cinema di Cameron: dalla Sarah Connor di Terminator 2 – Il giorno del giudizio alla Helen Tasker di True Lies, per arrivare a Neytiri, protagonista di Avatar, ma l’elenco potrebbe continuare). I personaggi secondari non sono da meno: dal suo precedente film, il regista richiama Michael Biehn e Lance Henriksen (che in origine avrebbe dovuto interpretare il protagonista di Terminator e che avrebbe poi ricoperto il ruolo di cyborg proprio nel successivo film di Cameron): i soldati che compongono la squadra d’assalto non sono mai semplici pedine mandate al macello, anzi sono tutti dotati di una psicologia riconoscibile, anche quando protagonisti dei più classici cliché da film militare (è noto che a tutti i componenti venne consigliata la lettura di Fanteria dello spazio, romanzo di Robert Heinlein) e a (quasi) ognuno di essi è dedicata una scena madre, sintomo dell’affetto di Cameron per i suoi stessi personaggi. In netto contrasto con l’androide del primo film, Bishop va ad indentificarsi con quella speranza nelle macchine e nell’avanzamento tecnologico sconosciuta al mondo descritto da Scott: è lui a trarre in salvo Ripley dal pianeta LV-426 ed è nuovamente lui a impegnare i suoi ultimi istanti di “vita” per salvare la giovane Newt. Un affetto insolito e nettamente in controtendenza rispetto al pessimismo fantascientifico degli anni Ottanta (sull’onda del cyberpunk), che si sarebbe poi ripetuto nel sequel di Terminator.

Nel 1986, esattamente trent’anni fa, approda così nelle sale Aliens – Scontro finale, accolto trionfalmente sia dal pubblico che dalla critica specializzata. Cameron ebbe l’accortezza di riproporre quasi esattamente la stessa struttura del primo capitolo, spogliandolo però di quel senso di suspense che lo rendeva hitchcockiano e claustrofobico e spingendo l’acceleratore su una miriade di scene d’azione ben progettate e dirette. Lo spettatore si ritrovò così catapultato all’interno di un mondo minaccioso e pieno di pericoli imprevedibili, con il gusto per l’esplorazione e quello decisamente più ludico per le grandi scene spettacolari, e non senza un discorso morale sulla maternità e sulla preservazione di ogni specie. La risposta fu entusiastica: con un budget di circa 18 milioni di dollari, il film riuscì a incassarne quasi 190 milioni, portando a casa due Premi Oscar (montaggio sonoro ed effetti speciali). Uno scacco che permise a Cameron di diventare una delle persone più influenti e potenti a Hollywood e in generale di tutta la macchina cinematografica americana.

12 agosto 2016
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