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    21
    1990

Classic

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I Jane’s Addiction sono stati quelli che… se non hanno “inventato” il sound del rock alternativo, hanno certamente posto le basi come nessun altro per il suo ingresso trionfale nella cultura mainstream. È giusto dire che prima di loro c’erano il metal, l’hardcore punk e l’art rock con le loro varie intersezioni, però mancava qualcuno che riuscisse a fondere i diversi approcci in un’idea trasversale di suono tale da farsi largo in una tribù variopinta di metallari, skinhead, punk, darkettoni, hipster da college e ragazzi della generazione X. Fino a conquistare con quella stramba accolita anche il pubblico più tradizionale.

È il senso di un percorso che li ha visti partire dall’underground goth-punk di Los Angeles e finire al Lollapalooza all’alba dell’era grunge dei primi anni Novanta. Perry Farrell è stato il grande profeta e trend setter del post-punk americano, l’uomo che ha saputo intercettare queste trasversalità e creare un modello di rock underground overground di sicura presa e di sciccossissimo fascino, un po’ fricchettone e un po’ punk, con qualche strizzata d’occhio pure alle legioni borchiate e a quelle con il mascara. Il gruppo nasce dopo la metà degli anni Ottanta, dalle ceneri degli Psi Com di cui Farrell era il cantante. Perry incontra Eric Avery, un bassista che scrive giri strani e melodici, con un tocco molto new wave, e due ragazzi provenienti da un gruppo metal: uno, Dave Navarro, è un chitarrista heavy ma dalla visione un po’ più ampia e psichedelica; l’altro, Stephen Perkins, è un batterista appassionato di bonghi, da cui ha preso l’idea del suo “drumming tribale”. Il gruppo in pochi anni esplode. Il primo disco, un live uscito per un’etichetta indipendente, inizia a spargere i semi delle loro novità, ma c’è già all’orizzonte un debutto su major, Nothing’s Shocking, che apre nuovi chakra della storia del rock di fine anni Ottanta e che sarà l’anteprima del boom alternativo dei primi Novanta. Quello che, tra le altre cose, fanno i Jane’s Addiction, con un revival dell’hard rock moderno e “gender-bending” che si piega volentieri a riflessi funk, new wave e psichedelici, è lastricare la via per l’affermazione del grunge di Soundgarden, Pearl Jam e Nirvana. Anche se il loro brano manifesto in realtà rimane Jane Says, la ballata acustica dedicata all’amica tossicodipendente che ha ispirato il nome della band.

I Jane’s arrivano da separati in casa a questo secondo album, che raggiunge una coesione e una potenza di fuoco che Nothing’s Shocking aveva più che altro stemperato con la fantasia. Vero soprattutto per la prima metà, con due superfunkettoni (quello tamarrockettaro di Stop tutto schitarrate sature e ritmica pestata e il più danzereccio e folk di Been Caught Stealing), due rave-up di funk-punk che sono pura dinamite sonica (No One’s Leaving e Ain’t No Right) e un acid metal cadenzato (Obvious). Se la prima è idealmente hard, la seconda facciata è totalmente psichedelica, a partire dalla baraonda mistico-tribal-lisergico-zeppeliniana di Three Days, per chiudere con la maestosa psycoballad acustica Classic Girl, dopo essere passati per i crescendo orchestrali di Then She Did… e il salmodiante folk-rock di Of Course.

I Jane’s Addiction finiscono qui di fare la Storia. C’è solo un ultimo atto. Inventandosi il Lollapalooza, danno a quel variopinto pubblico la sua scena nazionale e la sua Woodstock. Se il rock come fenomeno di massa è uscito vivo dagli anni Ottanta e pronto a rifarsi una vita per qualche tempo, una bella fetta di merito l’hanno avuta proprio Farrell e soci.

14 giugno 2016
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