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Il tema dell’elaborazione del lutto è da sempre un terreno piuttosto scivoloso al cinema, ma affrontato con la giusta sensibilità può condurre a rivelazioni inaspettate e conferire quell’emozione di cui lo spettatore sa di aver bisogno, anche senza esserne pienamente cosciente. C’era riuscito in modo strabiliante La stanza del figlio di Nanni Moretti, con la sua estenuante lotta interiore e vittoria (anche se solo nel mondo delle illusioni) contro l’invincibile e unidirezionale scorrere del tempo; in tempi più recenti Wim Wenders era tornato ad affrontare questo spinoso argomento con il sofferto, struggente e bellissimo Ritorno alla vita, in cui un apatico James Franco provava a far fronte a modo suo all’eterno senso di colpa, nonostante la completa impotenza dell’essere umano dinanzi alla casualità.

Joachim Trier, per il suo esordio in lingua inglese, sceglie proprio questo tema e costruisce quello che potrebbe essere definito come un “melodramma dell’anima”. Già, perché ad essere “più frastornanti delle bombe” – come suggerisce il titolo originale della pellicola (Louder Than Bombs) – sono proprio le emozioni di chi è sopravvissuto alla tragedia, qui usata in una doppia accezione: la persona che viene a mancare è infatti una stimata fotoreporter di guerra, immersa negli orrori delle guerre e della povertà mondiale e, per una sorta di contrappasso divino, costretta a convivere con un silenzio assordante nell’ambiente famigliare. Un marito trascurato che non sa più cosa sia l’amore, due figli che da tempo hanno imparato a fare i conti con la perenne assenza di una madre. Niente è più angosciante del sentirsi sostituiti. La scrittura di Trier, aiutato dal fidato collega Eskil Vogt, sembra trattenersi per evitare fino all’ultimo momento il punto di rottura, l’esplosione dei sentimenti, quasi se ne vergognasse, dimenticando invece che è proprio la spontaneità del gesto e la vulnerabilità dell’essere umano a rendere tanto irrazionale questo aspetto della vita. Il regista norvegese, dal canto suo, sceglie di puntare su un’impostazione narrativa che giochi con le pieghe del tempo, il quale oscilla costantemente in avanti e indietro, e poi ancora in avanti, frastornando, mostrando e celando indizi significativi e regalando un certo piacere nella visione purtroppo fine a se stesso. Se il talento visivo emerge evidente, questo non è supportato efficacemente da una scrittura all’altezza, dando più spesso l’impressione – giusta – di uno sbilanciamento eccessivo tra forma e contenuto. Alcune dinamiche, infatti, ricalcano i cliché del genere (il doppio amante tra i coniugi, il senso di insoddisfazione e di confusione nel figlio adolescente, lo smarrimento e la crisi d’identità in quello adulto) in un processo visivo e narrativo contraddittorio, finanche schizofrenico.

A sostenere la sobrietà dell’impianto pensa l’ottima prova del cast: da un ritrovato Gabriel Byrne a una magnetica Isabelle Huppert, vera catalizzatrice del nucleo emotivo della storia. Funzionali ai propri personaggi anche Jesse Eisenberg (non è la sua prova migliore, segno di una minore confidenza dell’attore con script un po’ più canonici – si veda, invece, il buon The End of the Tour) e l’esordiente Devin Druid (già visto nella serie Louie), così come lo è la grigia fotografia di Jakob Ihre. Presentato in concorso al Festival di Cannes 2015, il film è un ulteriore tassello nella filmografia del regista norvegese, dal quale di sicuro ci saremmo aspettati molto di più.

24 giugno 2016
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