• ott
    01
    2012

Album

Double Six

"Una volta avanguardista, per sempre avanguardista" è un detto che nell'arte si può applicare a pochi. Più spesso, ciò che era lampo e voglia di scommettere, diventa nel peggiore dei casi un comodo canovaccio da ripetere sempre peggio, nel migliore uno stile da variare in maniera più o meno ispirata.

Cale bazzica l'avanguardia fin da giovanissimo e, se negli anni ha seguito e approfondito la sua poetica, lo ha fatto in modo dinamico e aperto, non mancando di gettare ogni tanto uno sguardo a ciò che gli accadeva intorno. Se non sempre avanguardia, il percorso del Nostro è stato almeno uno stare al passo coi tempi diverso dal prendere un produttore alla moda per farsi sporcare i dischi e invecchiare rapidamente: piuttosto un giocare con lo spirito vicino al ludico delle avanguardie di inizio '900. 

Nel nostro caso, l'ex Velvet Underground decide di prendere di petto il decennio scorso e, in mezzo alla sua dispersione, sceglie di rileggerlo nel modo in cui molti, negli anni 00, hanno guardato agli anni '80: un Cale robot-funk dalle melodie al limite del pop, allo stesso tempo ombroso e danzereccio.

Sorprendente e inaudito, ma solo in apparenza: il gallese ha già dimostrato per quarant'anni di non essere solo quello che metteva il rumore nei pezzi di Lou Reed ma anche un songwriter dotato, oltre ad aver giocato col kitsch già ai tempi di Fear e ad essersi divertito col pop insieme ad Eno in Wrong Way Up: qui raccoglie semplicemente il lavoro sull'elettronica già in Hobo Sapiens (presente anche, accanto al glam dominante, in Black Acetate) e, col medesimo approccio divertito, lo porta un passo oltre sviluppandolo lungo tutto un disco (dopo l'assaggio dell'EP di qualche mese fa).

Disco che trova coerenza grazie a una produzione oscura vagamente Reznor, abile nello stendere un velo di sporco e di fabbrica rugginosa su tutto l'armamentario pop di 20-30 anni fa (cupezza accentuata dalla sua tipica voce cavernosa, che qui si riprende dagli Interpol ciò che lui stesso aveva insegnato ai Bauhaus) accogliendo nel ricco impasto anche suggestioni orchestral-funk Byrniane e toni western. Dopo qualche accordo di chitarra da cantata intorno al fuoco (ma l'ha già fatto: nessun tentativo di dialogo con i 2000 dell'alt-folk),  il Nostro apre le danze – è il caso di dirlo – jammando con Danger Mouse in I Wanna Talk 2 U (e già si parte col titolo – Prince…), fa tuonare tamburi Liars in Scotland Yard, estrae con Mary una ballatona dal fraseggio Sakamoto (prodotta da Hugh Padgham o Phil Collins avrebbe spopolato nell'85). In December Rains, che nel suo saltellare evoca più September che November Rain (come nell'altrettanto scioccherella-cum-grano-salis Mothra), azzarda addirittura l'autotune.

E se da una parte si allontana verso altri lidi (Face To The Sky sembra un Bowie insieme riflessivo e movimentato altezza Black Tie White Noise, Vampire Cafè cammina notturna su una drum machine zoppicante, Midnight Feast pare il seguito cupo della corganiana We Only Come Out At Night), dall'altra non è solo una Hemingway che richiama la sua storica cover di Heartbreak Hotel (ma volendo anche certo Stan Ridgway) a suonare inconfondibilmente Cale: è la saldezza della mano alla guida di questa esplorazione-gioco a lasciare sempre in bella vista l'identità del regista.

È "Cale che fa gli anni '80 visti dagli anni 00".

3 ottobre 2012
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