Cult Movie

Ci sono film costruiti per vincere, per sbancare al botteghino e conquistare il cuore dello spettatore. Lo sceneggiatore di uno di quei film, un allora semi-sconosciuto Sylvester Stallone, cerca di convincere con ogni mezzo i produttori, che erano rimasti colpiti dal cuore di quello script, di assegnargli anche la parte del protagonista: quella dell’impacciato aspirante gangster e pugile dilettante Rocky Balboa, detto lo Stallone Italiano. Dopo un braccio di ferro durato settimane, nelle quali furono considerati attori del calibro di Robert Redford, Ryan O’Neal, Burt Reynolds e James Caan, Stallone impose un ultimatum: «O scegliete me, o lo script rimane nel cassetto». Dopo soli ventotto giorni di riprese, Rocky può finalmente iniziare la sua corsa al box-office e idealmente al cuore di milioni di appassionati di tutto il mondo. Nel racconto, perfezionato nel corso dei mesi di riscrittura da Stallone, c’è tutto quello che lo spettatore medio, specie americano, ama in un film: riscatto sociale, umanità, seconde occasioni, amore, qualche stereotipo qui e là, ma sempre raccontati con sincerità e tanta passione. Il sogno americano tradotto in celluloide («Rocky, tu credi che l’America sia la terra delle opportunità?/Sì») e in soldoni: oltre 225 milioni di dollari a fronte di un budget di solamente 1.1 milioni. Un fenomeno mediatico capace di ostracizzare tutti i membri dell’Academy, che gli conferirono il maggior riconoscimento (Miglior film) nell’anno di Tutti gli uomini del presidente, Quinto potere e Taxi Driver, oltre a quelli per regia e montaggio.

La trama è tra le più note della storia del cinema: il pugile dilettante Rocky Balboa agisce per conto della malavita locale e sbarca il lunario come recupero crediti. Mentre corteggia la timida Adriana, conosciuta tramite l’amico Paulie, la sua vita cambia da un giorno all’altro. Il campione dei pesi massimi Apollo Creed gli offre l’opportunità di battersi con lui, dato che lo sfidante designato si è infortunato e non avrà il tempo di recupere per l’incontro valido per il titolo.

Il protagonista non avrà forse la profondità di Marlon Brando in Fronte del porto, ma il metro a cui fa riferimento è proprio l’attore di Omaha, un mix perfettamente studiato tra virilità ignorante, fascino e sensibilità. Con quel suo gusto un po’ funky, un po’ black nell’anima, la messa in scena è tra le più riconoscibili (pur essendo un film tipicamente da studios, non mancano le strizzate d’occhio alla coeva New Hollywood), grazie anche alla mano invisibile di John G. Avildsen, che consegnerà alla storia le tipiche sequenze di allenamento del campione: da lì in avanti, nessun film a tema sportivo potrà farne a meno, ma la magia della prima volta rimarrà unica (anche per quanto riguarda i successivi – pessimi – capitoli della saga). E cosa dire poi delle musiche? Semplicemente che senza Bill Conti dietro lo spartito non sarebbe stato lo stesso film e non ci avrebbe emozionato allo stesso modo: le sinfonie del compositore di Providence sono capaci di rendere grandiose le scene madri (si pensi a Gonna Fly Now durante gli allenamenti o The Final Bell per l’incontro) o di sfumare su un carattere più romantico la dimensione narrativa (First Date nei duetti tra Rocky e Adriana).

Rocky continua ad essere un punto di riferimento per qualunque cineasta si accinga a girare un’edificante storia dal gusto sportivo, agonistico e dall’immancabile tocco romantico (non è un caso che il recente Creed, settimo capitolo della saga, sia un remake sotto mentite spoglie del film del 1976). In grado di appassionare il pubblico di ogni età, a distanza di quattro decenni la pellicola non ha perso un briciolo del suo smalto, della sua efficacia, incastonandosi di diritto come uno dei must immancabili nella filmografia di ogni cinefilo che si rispetti. Un successo annunciato, profetizzato perfino dal trailer di lancio («Il suo nome è Sylvester Stallone, ma lo ricorderete per sempre come Rocky!») e, in fin dei conti, profondamente meritato.

3 dicembre 2016
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