• nov
    01
    1976

Classic

Asylum Records

Hejira è il frutto di un viaggio. Un viaggio reale, non solo dell’immaginazione. Lo lascia presagire anche il titolo. Il termine “egira” deriva dall’arabo, e significa grosso modo “emigrazione”, riferendosi al trasferimento di Maometto coi suoi fedeli da la Mecca a Medina nel 622 d.C. Joni Mitchell ha spiegato che per lei la parola significa “fuggir via da qualcosa in maniera onorevole”, “lasciare il sogno, senza colpa”. La sua egira in realtà ha poco a che spartire con quella islamica e non ha carattere religioso, se non in senso molto lato. L’itinerario è un altro.

La musicista canadese compose alla chitarra le canzoni di Hejira durante un lungo viaggio da sola in automobile. Un viaggio di ritorno verso casa dal Maine alla California, dove viveva. Anche per questo motivo in Hejira, a differenza di altri album della Mitchell, non ci sono canzoni per pianoforte. Il disco ha il fascino picaresco di un on the road solitario, la pensosa malinconia della strada e dei paesaggi che spingono a osservare dalla distanza, sotto uno sfondo inconsueto, il punto in cui si è giunti nella vita: laghi ghiacciati e tanta neve, villaggi al margine di deserti, motel, piste da ballo in locande di campagna dove chiassosi clienti si dimenano in cerca di avventure amorose, una fattoria isolata che brucia nel mezzo della notte, uova strapazzate in diner desolati, stazioni di servizio, la vetrata di una banca vista dalla finestra di un albergo… Esistenze intermittenti, osservate da un veicolo che passa o da una camera presa in affitto per una notte. La vita in movimento, la vita in pausa. E gli animali: il coyote che corre tra il grano giocosamente seguito da un falco, il corvo nero che si butta in picchiata per afferrare qualcosa che brilla… Anche loro, come gli esseri umani, sono colti nel momento della scelta tra restare e affrontare le situazioni di pericolo, oppure fuggire via e lottare contro se stessi, secondo un dilemma illustrato nella canzone Coyote.

Uscito nel 1976, Hejira è un album elegante e maturo di un’artista che ha passato i trent’anni. Un’opera sul perenne movimento che riesce a stare in perfetto equilibrio. Le relazioni sentimentali e l’amore coprono ancora un ruolo importante, ma nell’approccio emotivo mancano gli estremi. Il paesaggio, sia esteriore che interiore, è sobrio. Non si trovano le esplosioni di entusiasmo hippie o gli strazianti dolori giovanili in cui talora ci si imbatte ascoltando Clouds o Ladies of the Canyon. Qui prevalgono i paesaggi invernali, fin dalla copertina che ritrae la Mitchell intenta a pattinare su un lago ghiacciato, con una mantella di pelliccia nera e movenze rapaci che rimandano alla canzone Black Crow. Non mancano nel disco i venti gelidi e gli oscuri acquitrini, ma l’indomabile wanderlust e una gran sete di vita impediscono alla malinconia di degenerare in cupa disperazione.

Per quanto riguarda il genere musicale, il folk si sta orientando decisamente verso il jazz, ma senza il tedioso autocompiacimento che occasionalmente vizierà altre imprese dell’artista canadese. Il jazz qui costituisce più che altro una tenue suggestione, una tentazione velata. Gli arrangiamenti, come i paesaggi, sono sobri. Le canzoni tendono ad avere carattere ciclico, si fondano su arpeggi reiterati fino a indurre una leggera trance, contribuendo a creare l’impressione di una musica che esiste fuori dal tempo. Le fondamenta sono ancora folk. Voce e chitarra raccontano storie. Lunghe e suggestive ballate lente (Song for Sharon) si alternano a brani più frizzanti e irrequieti (Coyote, Black Crow). La chitarra è impostata su accordature alternative, come di consueto per la Mitchell, che questa volta però predilige un suono elettrico all’acustico. Oltre alla sezione ritmica tipica di questa fase (Max Bennett al basso, John Guerin alla batteria), il disco vanta collaboratori, amici e ospiti illustri: Larry Carlton sapientemente distribuisce arpeggi sugli armonici della chitarra; Jaco Pastorius srotola inconfondibili linee di basso fretless, fluide, lunghe e sinuose, ora sognanti ora propulsive, che si adattano benissimo ai paesaggi e alle atmosfere dell’album. E poi c’è Neil Young, che suona magistralmente l’armonica come fosse una tromba in Furry Sings the Blues, brano tutto da ascoltare.

La musica è di ottimo livello, ma la componente più affascinante del disco probabilmente sono i testi, le storie di vita che raccontano, le atmosfere che evocano, i rapporti che analizzano. L’album si apre con Coyote, storia di una disincantata one night stand tra un’autostoppista e un burbero ranch man. Gli amori occasionali tra persone distanti per valori e stili di vita figurano qui come improbabili rimedi alla solitudine di esistenze prigioniere del proprio percorso. Amelia è una sorta di confessione che la Mitchell rivolge a un’altra figura femminile stregata dal viaggio, l’aviatrice Amelia Mary Earhart, prima donna a sorvolare in solitaria l’oceano Atlantico, scomparsa con suo aereo mentre attraversava il Pacifico nel 1937: «Inghiottita dal cielo / o dal mare, come me aveva il sogno di volare». Ogni strofa si chiude col verso «Amelia, era solo un falso allarme», riferito soprattutto ai rapporti sentimentali. La canzone rimarca la superiorità dell’esperienza personale nei confronti di chi pretende di dettare agli altri la direzione verso la felicità: «Dove alcuni hanno trovato il loro paradiso / altri hanno finito per falsi male». In questa canzone fondata sull’immaginario del volo fa capolino anche la figura di Icaro, qui chiamato in causa come monito per coloro che, innalzandosi troppo alla ricerca dell’amore perfetto, rischiano di raggiungere «altitudini glaciali» da cui possono solo precipitare tra le braccia della persona sbagliata.

Furry Sings the Blues è ispirata da un incontro a Memphis tra la Mitchell e l’anziano chitarrista e cantante Furry Lewis (il quale, a quanto pare, si arrabbiò moltissimo per essere stato coinvolto nel disco a sua insaputa).  Ricompare qui un tema che era già in For Free di Ladies of the Canyon, ossia il mestiere del musicista e l’isolamento a cui può portare chi lo pratica. Furry Sings the Blues però verte soprattutto sull’idea di decadimento fisico e morale del musicista e degli ambienti in cui vive. Ai ricordi di un passato costellato di belle donne, tacchi alti, grandi orchestre e night club, è contrapposto un presente di parcheggi, centri commerciali, pawn shops, protesi, stampelle, denti d’oro, fantasmi caduti sotto i colpi di «malasorte, tempo, ed altri ladri».

Il rifiuto di crescere e la «folle sapienza» di un’infanzia o adolescenza protratte oltre la norma sono i temi principali di A Strange Boy. In Hejira, canzone che dà il titolo all’album, la malinconia per il ritorno a se stessi dopo il fallimento di un rapporto si espande in considerazioni cosmiche ed esistenziali: «Noi tutti veniamo e andiamo ignoti / ognuno così profondo e superficiale / tra il forcipe e la pietra». Ma liricamente il punto di massima intensità dell’album è la lunga ballata Song for Sharon, incentrata sulla difficoltà di scelta tra indipendenza e desiderio d’impegnarsi in un rapporto, tra le libertà della vita d’artista e i legami sentimentali. La protagonista, una cantante (chiamiamola pure Joni, perché anche questa canzone è chiaramente autobiografica), vede un manichino con indosso un abito da sposa in una vetrina di Staten Island, dove si è recata per comprare un mandolino e «affrontare il malfunzionamento del sogno», di quel «pericolo ripetitivo» che è l’amore. La visione del «lungo abito bianco dell’amore» fa scattare una serie di immagini: le candele di una chiromante al Greenwich Village; una conoscente suicidatasi in un pozzo profondo; i ricordi d’infanzia in un paesino canadese dove la cantante, dondolandosi sull’altalena, fantasticava sui matrimoni a cui aveva assistito; i turbamenti dell’adolescenza, i primi amori inseguiti pattinando sul ghiaccio coi ragazzi e «le calze di nylon di mamma sotto i jeans da cowgirl», sognando pizzi e campane, prima i baci poi le lacrime. Un flusso di coscienza di grande suggestione che approda alla considerazione dei destini ribaltati tra lei e l’amica a cui è dedicata la canzone. Sharon aspirava a diventare cantante, ma si è sposata e vive con la sua bella famiglia in una fattoria; Joni sognava il matrimonio, la bella famiglia e la fattoria, ma ha finito per diventare una cantante e ora vive vagabondando solitaria, spinta qua e là dalla sua arte.

A questa intensa e complessa ballata fa seguito la veloce e ipnotica Black Crow, una canzone sul perseguimento di ciò che sembra prezioso (l’amore, l’arte), in cui gli esseri umani, come corvi o gazze, si avventano su ciò che luccica. Blue Motel Room è il più tradizionale tra i brani dell’album. Un blues lento e delicato che segna il desiderio di una tregua d’amore in un motel a Savannah. Il momento è quello in cui due ex amanti, distanti tra loro, possono pensare di tornare insieme, perché i sentimenti non scompaiono del tutto, scendono solo per un po’ sotto la superficie, e poi riaffiorano. Ma anche questa è un’illusione. L’album si chiude con Refuge of the Roads, ispirata a un incontro con un maestro di meditazione buddhista, personaggio presentato non senza ambiguità, e occasione per un elogio degli amici che, come certi specchi, restituiscono di noi un’immagine semplificata, che forse possiamo capire.

Sono passati quarant’anni ma Hejira rimane un album di rara bellezza e complessità, nato da uno stato di grazia dell’artista, e dal coraggio di sondare lucidamente anche le parti oscure dei sogni e il loro impatto con la realtà. Un disco elegante, profondo e personalissimo. La stessa Mitchell una volta affermò che molte persone avrebbero potuto scrivere le altre sue canzoni, ma le canzoni di Hejira potevano venire solo da lei. Erano assolutamente sue.

7 ottobre 2016
Leggi tutto
Precedente
Danny Brown – Atrocity Exhibition Danny Brown – Atrocity Exhibition
Successivo
King Gizzard & The Lizard Wizard

album

recensione

artista

Altre notizie suggerite