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  • mag
    01
    2011

Album

Lonely Astronaut Records

Fui tra quelli che si precipitarono in negozio a comprare Come To Where I'm From, perché all'epoca (correva l'anno 2000) la parola d'un Peter Gabriel – l'album uscì per la sua Real World – aveva ancora un certo peso. Era il secondo lavoro per Joseph Arthur, una roba capace di stenderti con intensità a tratti eccessiva. Sicuramente eccessiva, almeno per i miei gusti. Ma tanto di cappello. Il decennio proseguì confermando le doti del ragazzo di Akron (i buoni Redemption's Son del 2002 e Our Shadows Will del 2004), non tanto però da regalargli la fama che avrebbe meritato. Allora si mise a fare il tipico cantautore folk-rock, un po' alternativo, senza esagerare. Così, riguardo ai successivi lavori in solitario o con i Lonely Astronaut, tutto sommato non c'è molto da dire (ahinoi).

Tre anni quindi son passati dal discreto Temporary People, e Joseph torna a firmare in solitario questo The Graduation Ceremony, che probabilmente passerà alla storia come il disco della sua blanda maturità. L'antico sovraccarico emotivo è diventato un bassorilievo di piacevole inquietudine, sintonizzata su registri folk-rock, gospel e pop. La capacità oserei dire genetica di confezionare singoli tanto potabili quanto struggenti è confermata da episodi quali Call e Almost Blue, mentre la delicatezza indolenzita di Horses e Watch Our Shadows Run (entrambe cantate con un falsetto sfrangiato tra archi carezzevoli) si rivolge a palati appena più fini restando comunque eminentemente popular.

Nel complesso è un disco discreto con sprazzi di buona ispirazione, ma ti lascia con un senso d'inerzia, come se l'ormai quarantenne Joseph si fosse rassegnato a rimanere in bilico tra straordinario e ordinario. Dovendo soppesarne il valore, non resta che relativizzarlo: più normale (molto) di un M. Ward o di un Sufjan Stevens, meno banale però d'un Jakob Dylan, più sperso e imprendibile d'un Ryan Adams… Ok, difficile uscirne con un ritratto ben definito. Ma il brutto è che non sembra valerne troppo la pena.

17 giugno 2011
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