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    20
    2013

Album

Dead Oceans

Da Asmatic Kitten a Dead Oceans e terzo disco per la musicista di Brooklyn. Se il precedente The Magic Place suscitava sentimenti contrastanti tra l’estatico e l’offeso nella parata critica di ascoltatori, lì si apprezzava la perfezione formale e tecnica, oltre a quei rimandi bucolici al bosco dell’infanzia che rendevano evocative le evoluzioni voce/loop pedal che contraddistinguono la proposta della Barwick. Allora sembra strettino l’angolo di manovra possibile per uscire da una monotonia estatico-ipnotica che ha avuto estimatori (tra cui chi scrive) e detrattori.

La profezia si è rivelata quanto mai esatta, perché in questo nuovo album Julianna cerca di mettere in pista qualche soluzione variata (The Harbinger), con una strumentazione più ampia, e talvolta inserisce anche qualche passaggio che, in senso stretto, è davvero cantato. In altri passaggi (Look Into Your Own Mind, Phyrric) si sente la mano del produttore Alex Somers (americano, ma compagno di Jónsi) che tenta di addomesticare in una forma più narrativa le circonvoluzioni vocali della Barwick. C’è quasi un tentativo di islandizzazione del sound, che non fa altro che aumentare l’afflato angelico dei brani della Barwick e sottolineando ancora una volta come l’unico registro scelto/voluto sia quello dell’estetica eterea fine a sé stessa.

In un paragone poco ortodosso, il terzo disco della Barwick lascia in bocca lo stesso gusto che da studenti svogliati ci lasciavano alcuni canti del Paradiso di Dante Alighieri: noia sotto forma lirica. E volevamo ritornare ad arrostirci con le fiamme dell’Inferno. La domanda da farsi è se Julianna sia mai uscita dall’enclave dorata dell’hispteria brooklynese non tanto per passeggiare all’inferno, ma per almeno per provare qualche emozione diversa dall’estasi. Le capacità per esprimerle nella musica ci sono. L’impressione è che lei non voglia.

25 agosto 2013
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