• mar
    10
    2017

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More Alarming

Quasi un secolo fa Eugenio Montale, in una sua celebre poesia, ovvero Non chiederci la parola, sembrava quasi stizzito dalla continua richiesta di definire (“squadrare” scriveva lui) l’animo del poeta: quella parola non chiedercela, perché noi poeti non la sappiamo, perché – con tutta probabilità – non esiste. Sembra quasi di sentire l’eco di quei versi in questo sesto disco di Laura Marling, che prende il titolo da un verso dell’Eneide di Virgilio (varium et mutabile semper femina), e in un momento particolarmente toccante, quando la voce poetica si rivolge a un’altra donna (in Nouel), dice «fickle and changeable are you / and long may that continue / volubile e mutevole sei (varium et mutabile), che ciò possa continuare a essere». Quelle caratteristiche che si sono incancrenite in uno stereotipo negativo (La donna è mobile, qual piume al vento…), amica mia, non cercare di cancellarle, ma abbracciale perché sono la sorgente della tua forza.

Semper femina nasce durante il tour del 2015, quando l’autoprodotto Short Movie mostrava il lato più elettrico e straight-forward della cantautrice inglese. Alle spalle, un’esperienza quasi di isolamento dal mondo della musica, con il ritiro a Los Angeles dove si dedica a insegnare yoga. È proprio lì, in una pausa tra i primi tre dischi di cantautorato folk che l’avevano messa sulla mappa internazionale in giovanissima età, che la Marling sviluppa nuove relazioni con altre donne, in particolare con una, con la quale la nascente amicizia ha anche altri profumi. Sentori indefinibili che sembrano gli stessi messi in scena nel video che accompagna Soothing, il primo singolo usato per lanciare il nuovo disco: corpi femminili che interagiscono, ma senza una necessaria fluidità, con prese di posizione bizzarre, ma che in qualche modo trovano un proprio equilibrio sullo sfondo di una società che osserva le donne sempre attentamente. Soothing, posta in apertura, è anche l’attestazione che nuove sonorità, più jazzy e più black, sono entrate nel DNA compositivo di Laura. Segnale che la direzione musicale non è mai presa una volta per tutte, e questo sesto disco lo dimostra abbracciando altri linguaggi ancora e confermando quanto di buono mostrato in Short Movie Once I Was A Eagle.

Il lavoro sulle texture sonore che caratterizzano i nove brani in scaletta è stato affidato a Blake Mills (già al lavoro con Conor Oberst), che infonde spessore ai brani lavorando sapientemente su riverberi, i volumi e lo spazio sonoro tra le diverse voci strumentali e la voce di Laura, qui messa in primo piano per la duttilità espressiva finalmente pienamente raggiunta. Il soul fa capolino in Wild Fire, mentre la tradizione dylaniana che scorre neppure troppo sottotraccia da qualche album della Marling a questa parte si incarna nel talking blues della finale Nothing, Not Nearly. Rispetto a Short Movie, che è praticamente coevo di queste composizioni, qui è però la chitarra acustica a dettare il passo delle dolenti folk ballad: la già citata Nouel, una The Valley che riflette sulle relazioni che si interrompono, Always This Way (forse la più vicina agli esordi). Next Time è forse il brano che più di tutti risente della residenza californiana, con l’arpa che ricorda il folletto Joanna Newsom e ha vaghi aromi mexican, mentre il suono delle chitarre di Don’t Pass Me By, sommato all’uso degli archi, rimanda alla stagione del trip-hop di Bristol.

Nonostante l’unità tematica, sottolineano dalla casa discografica, non si tratta davvero di un concept album vero e proprio. Semmai di una serie di scandagli tra vissuto e riflettuto, su cosa significhi essere donna. La ricognizione è condotta con la mano della songwriter matura, anche se sul piano dei risultati non dà risposte definitive. E qui si ritorna all’eco montaliano, perché la forza delle canzoni – come delle poesie e, forse, dell’essere profondamente umani – non sta nelle certezze: «codesto solo oggi possiamo dirti /ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

10 marzo 2017
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