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In questo periodo, nelle sale italiane, il tema della bugia sembra farla da padrone: in Regali da uno sconosciuto – The Gift era il motore su cui faceva perno l’azione ricattatoria del personaggio principale, e nel nostrano Perfetti sconosciuti costituiva un catalizzatore potente per la disgregazione dei rapporti interpersonali nell’odierna società. Non fa eccezione, adottando un’ottica più edulcorata (anche se non meno inquietante) Room, adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Emma Donoghue, da noi arrivato col titolo Stanza, letto, armadio, specchio. Joy Newsome e il figlio di cinque anni Jack vivono in un angusta stanza, isolata dal resto del mondo, di cui il bambino ignora perfino l’esistenza. Joy, però, farebbe qualsiasi cosa pur di proteggerlo ed evitargli ogni sofferenza, anche rischiare di sacrificare tutto quello per cui ha vissuto negli ultimi sette anni.

Il problema principale quando si affida la stesura della sceneggiatura alla stessa autrice del materiale di partenza, è senza dubbio il pericolo di non ottenere una buona resa di quell’opera in termini strettamente cinematografici. Il regista ha l’obbligo di non lasciarsi condizionare, né schiacciare dall’occhio onnipresente dell’autore, e deve imporre la sua firma sul prodotto finito, anche a costo di tradirne in parte il senso, se questo risulta giustificato da una visione cinematografica compiuta e sicura. Lenny Abrahamson sembra riuscire in questo difficilissimo compito, ovvero contenere tutta l’esuberanza e stucchevolezza dell’autrice, almeno per una buona mezz’ora: negli stretti spazi di una singola stanza ha paradossalmente molta libertà creativa e difatti è qui che troviamo tutta la cifra stilistica di un filmmaker maturato con il buon Garage e impostosi nel circuito indipendente con l’eccezionale e schizofrenico Frank.

Purtroppo, Abrahamson non regge alla distanza, il film appare scisso in due anime ben distinte ma mai complementari: la prima, misurata, studiata, in cui le premesse di partenza (per uno spettatore disinteressato) vengono dapprima elencate e poi scardinate, annullando la loro natura ripetitiva e claustrofobica con un guizzo, un movimento di macchina, un’inquadratura inaspettata; la seconda, canonica, fastidiosamente didascalica, finanche arrendevolmente ricattatoria. Troppi gli spunti mal gestiti e condotti con fin troppa semplicità: dalla gestione della vicenda giudiziaria alla ritrovata tranquillità del nido famigliare, dai postumi di una condizione proibitiva ma diventata nel frattempo assuefacente, quindi routine, a un rapporto madre-figlio dato troppo spesso per scontato. I colpi inferti sono dunque molti, ma mai sferrati con decisione e nei punti giusti: un pugno non è mai definitivo se non è inferto nei punti più deboli, e così Room si accontenta di fingere, di lanciare una provocazione che non si trasformerà mai in critica violenta.

Tutto questo, però, non ne fa un pessimo film. Semmai un film sofferente e che fa soffrire quella frangia più sensibile di pubblico, a cui è ovviamente rivolto. Quando gli spazi di manovra si restringono, le performance attoriali devono emergere più del normale e in questo, almeno, la pellicola non delude: la giovane Brie Larson ha finalmente la sua occasione per emergere definitivamente dopo alcune prove degne d’attenzione, come in Short Term 12 o Un disastro di ragazza, e la coglie con una cavalcata trionfale e senza intoppi verso l’Oscar; la vera sorpresa è, però, il piccolo Jacob Tremblay, capace con la sua incontaminata verve di catalizzare su di sé buona parte dell’attenzione e per questo garantire un largo successo all’intero progetto.

Room è stato presentato in anteprima al Telluride Film Festival e poi, fuori concorso, allo scorso Toronto International Film Festival. Candidato a quattro premi Oscar, tra cui miglior film, è valso la statuetta a Brie Larson come miglior attrice protagonista (premiata anche con il Golden Globe, il BAFTA e lo Screen Actors Guild Award). È uscito nelle sale italiane grazie a Universal lo scorso 3 marzo.

9 marzo 2016
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