• ott
    21
    2016

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Sony Music Entertainment

Nell’accettare il premio Principessa delle Asturie per la letteratura, assegnatoli nel 2011, Leonard Cohen ha pronunciato uno degli acceptance speech più emozionanti di tutti i tempi, lasciandosi andare a confessioni intimissime, ricordi di gioventù e ispirati ringraziamenti. Come un cavaliere tornato dalle crociate dei versi, Cohen descriveva un imbarazzato disagio al pensiero di dover ricevere quel premio così importante per la propria poesia. Già la poesia, quel mistero che come ha detto di fronte al pubblico di Oviedo, «viene da un luogo in cui nessuno comanda, in cui nessuno vince. Così mi sento un po’ come un ciarlatano ad accettare un premio per un’attività che non comando. In altre parole, se sapessi da dove arrivano le buone canzoni, mi piacerebbe davvero andarci più spesso».

A distanza di cinque anni da quel momento di dolcezza e integrità artistica, il cantautore-poeta di Montreal è tornato con un nuovo disco, il quattordicesimo di una carriera costellata da successi e rinascite, parabole bibliche e preghiere carnali. Denso, sublime, struggente, You Want Darker è un disco imponente, una catarsi risolutoria sul dubbio, sul disincanto di un’anima inquieta, ed è sicuramente uno degli album più ispirati e toccanti della sua lunga carriera. Un’opera maestosa in cui la musica, sebbene spogliata da arrangiamenti troppo ricercati, ricopre un ruolo perfetto per incapsulare perfettamente i testi ricchi e riflessivi di Leonard Cohen, la cui voce penetra nel buio di una luce con mille crepe. Una bellezza reale che non stancherà mai di essere ascoltata.

Giunto alla tenera età di ottantadue anni, Cohen potrebbe tranquillamente incarnare quel prototipo di mito intoccabile pronto a comporre un buon disco senza rischi né pericoli di venir giudicato in malo modo; ma non funziona così per il canadese, che ancora oggi si diverte a stupire, pur tenendo fede a quella scuola della canzone d’autore alta e commossa che dagli anni Sessanta porta avanti con fare divino. Stupisce la modestia di Cohen, che relega in un angolo il mestiere e si mette in gioco nuovamente, dopo la parentesi un po’ statica di Popular Problems. Tutte le nove tracce di You Want It Darker si fanno intensi costrutti musicali altamente concentrati sulle più dolorose preoccupazioni umane – la vita, la morte, l’amore, l’odio, la spiritualità. Temi cari a Cohen, poeta beat e santone buddista al tempo stesso, che nel terreno fertile dell’animismo crepita «I’m ready my Lord», trait d’union della title track che ha anticipato il disco.

Oggi quella voce, un baritono minerario ormai suo marchio di fabbrica, apre le porte a un’oscurità mai terrificante né claustrofobica. Anzi, il disco di Cohen – prodotto magistralmente dal figlio Adam, e composto con lo storico collaboratore Patrick Leonard – è un viaggio nella luce più euforica e genuina che filtra dalle armonie vocali femminili, altro punto fermo del sound coheniano. Le elucubrazioni che il cantautore fa sul passare della vita, sull’avvicinarsi della fine aggiungono intensità e urgenza a quel modo di sussurrare la verità, quello spoken word che sospira sensuale e rende i distici perlacei di You Want It Darker ancora più potenti. A livello strumentale, si sente lo zampino di Adam, nel fornire una splendida base organica fatta di chitarre vibranti e pulite, di organi caldi che bisbigliano fra loro segreti inconfessabili, e di archi dolenti che seguono gli accordi signorili incorniciati dalle meravigliose voci delle coriste di Cohen. Di squisita fattura, You Want It Darker segue la linea serpeggiante che va da Songs Of Love And Hate (1971) a New Skin for the Old Ceremony (1974), e con essa gli ornamenti strumentali ricordano lo stile di Paul Buckmaster e John Lissauer sulle prime registrazioni effettuate da Cohen negli anni Settanta. Leonard Cohen celebra se stesso con un disco che non vuole essere testamento artistico né testo misterico da sottoporre a esegesi: il bardo di Montreal dimostra, ancora una volta, che il cantautorato mondiale può trovare il suo più importante maestro nelle pieghe di una ballata come Treaty, nella bellezza redentrice dell’up-tempo di Steer Your Way, nei crocifissi accesi degli oppressi di You Want It Darker, nello spirito sardonico di Leaving The Table.

Quella sensazione di resoconto finale che troviamo in tutto il disco ma soprattutto nell’ironia elegante di On The Level, quando quasi con rammarico Cohen confessa di non aver più bisogno di amanti poiché quella «bestia disgraziata» è ormai addomesticata, ci suggerisce la fine di una tensione – amorosa e sessuale – che per anni ha dominato la poetica del canadese. All’inizio del brano il suono si amplifica, facendosi più ricco e abbracciando organo e pianoforte per creare qualcosa che sembra attingere da Jim Reeves travestito da cantante doo-woop. Il soul si mescola con l’umanità, e allontana sempre più il canto del cigno: perché se al primo ascolto, You Want It Darker può apparire scuro, quasi apocalittico, solo col tempo si intravede la brillante potenza di questi nuovi nove brani. Se volessimo trarre conclusioni dai testi di Cohen su un’ipotetica fine, saremmo in ritardo di quasi cinquant’anni, poiché la discussione che il cantautore ha instaurato con l’aldilà ha da sempre interessato la sua discografia. Dio, l’amore, il corpo, lo spirito, la morte: per Cohen, l’oscurità è sempre stata inevitabile, trovando in essa tutto quel mondo sconosciuto ai più.

Questi brani, elegie malinconiche e soffuse, sembrano seguire un rituale religioso nel loro incedere solenne: ogni nota, ogni passo viene misurato, ogni parola scandita dall’officiante Cohen che ulula al mondo, pronto a ridere di se stesso, pur restando serissimo nelle proprie intenzioni. You Want It Darker è permeato da una sensazione di perdita, che si tratti di un amore romantico come avviene nella spendida Treaty o nel gospel spazzolato di On The Level, di gioventù lontane come nell’esotica Travelling Light. Cohen recupera qui gli archi del periodo spectoriano, il mandolino, aggiunge quell’elettronica sofisticatissima – che ci aveva regalato la prima volta nel 1984 con Various Positions – per cesellare il suoi folk-soul che profuma di sacralità, di sinagoghe piene di ombre. Questo è un disco che invita all’esplorazione, ad andare oltre, come canta in Steer Your Way, «oltre le rovine dell’altare, oltre i palazzi che si alzano dal marciume».

Ancora una volta non si tratta di considerare l’età anagrafica come valore aggiunto a un’opera massiccia, ma di accettare il fatto che nessuno, come Cohen, è riuscito sinora a non perdere mai la bussola sperimentando ogni suono, ogni mondo, ogni religione e rimanendo capace di comporre dischi degni di essere non solo ascoltati, ma letti minuziosamente, come veri e propri libretti poetici. «Ultimamente ho detto di essere pronto a morire ma penso di aver esagerato. Ho sempre avuto la tendenza a drammatizzare, intendo vivere per sempre. O almeno fino a centoventi anni», ha confessato pochi giorni fa durante un’intervista a LA. Alla luce di questo nuovo album, possiamo affermare che la natura fuggevole e redentrice dell’amore narrato da Cohen non si fermerà tanto facilmente. E che questo possa o meno essere l’ultimo disco di un gigante incorruttibile poco importa. Ci resta solo da capire quanto abbagli quella natura mordente e sepolcrale del cantautorato coheniano, quanto riesca a riempire la pancia e le vene. Non troviamo risposta se non nella certezza che quella stessa bellezza la ritroveremo presto, «year by year/month by month/day by day/thought by thought».

21 ottobre 2016
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