• mar
    17
    2017

Album

Universal

«L’oggetto di indagine è autoreferenziale, il lessico pure, rinchiusi in un modello interpretativo delimitato (l’indie, il “giro” giovanile, le facili antitesi da social network con cui affrontare anche la politica) che da un lato si critica richiamandone abitudini e difetti e dall’altro si ricerca in termini di consensi. Tanto che la comprensione del prodotto musicale, il saper contestualizzare tematiche e forma di un’opera come Turisti della democrazia, è il biglietto di ingresso per una fidelizzazione ancora più stretta».

Questo scrivevamo in un articolo pubblicato nel 2012 che cercava di decrittare il disco d’esordio dei bolognesi Lo Stato Sociale mettendone a fuoco pregi e difetti. Quei meccanismi che allora ci sembravano ancora prototipici (e di cui, col senno di poi, avevamo forse solo intuito il potenziale) si sono in seguito trasformati in un vero e proprio case study utile a comprendere le dinamiche che si instaurano tra un certo pop-rock-cantautorato tuttora in voga e il suo pubblico di riferimento. Punto di svolta, quel disco, di un modo di intendere la musica come intrattenimento, sfogo epidermico o magari semplice “consumo di situazioni”, ovvero un’arte perseguita senza curarsi dei limiti tecnici di chi suona e in cui le barriere tra musicista e ascoltatore si annullano in virtù di un carisma social figlio di testi “sintonizzati” con una contemporaneità che è di tutti. Da lì in poi, esperienze come I Cani, L’officina della Camomilla, Calcutta, Maria Antonietta e moltissime altre sul genere, non hanno fatto altro che predicare indirettamente, seppur con stili e spessori diversi, un approccio “condiviso” alla musica. Un gioco al ribasso verso il “tutti possono farlo”, tutti possono interagire, tutti possono specchiarsi nei contenuti propagandati da una formula a cui spesso non interessa rifarsi a una “cultura” musicale tradizionale – semplicemente perché utilizza altri canali per arrivare a destinazione – ma ben disposta ad allargare il più possibile il bacino di utenza con scelte estetiche ben precise.

Lo stato sociale, nel frattempo, è diventato sempre meno un tema caldo da Parlamento italiano e sempre più una gallina dalle uova d’oro per i discografici (o chi per loro): un L’Italia peggiore che nel 2014 ha ribadito lo status di band “popolare” raggiunto dai Nostri, un profilo Facebook con – nel momento in cui scriviamo – 540.000 like (per darvi un termine di paragone, potremmo dirvi che una band storica come i My Bloody Valentine ne totalizza sul suo quasi 387.000), concerti nei palazzetti dello sport e all’estero, collaborazioni illustri, passaggi dal Fabio Fazio nazionalpopolare di Che Tempo Che Fa, contratti con major come Universal e l’ultimo disco Amore, lavoro e altri miti da sfatare appena dato alle stampe. Un album che dietro a un titolo ad effetto che vorrebbe ostentare quel cinismo cheap tipico della band, nasconde in realtà contenuti piuttosto discutibili.

Peccato, perché ai tempi della Mi sono rotto il cazzo del disco d’esordio abbozzammo l’idea che un’aggiustatina al timone potesse rivelare al mondo della discografia nostrana un progetto sintonizzato su una certa idea di critica sociale nemmeno da buttar via. E invece il 2017 dei “regaz” parla di un qualunquismo musicale (dalle parti di una ballabilità electro-pop-wave con un beat praticamente identico per sette brani su dieci) che fa il paio con i soliti testi in cui centrifugare di tutto e di più: dimensione personale e invettive politico-esistenzialiste post-adolescenziali tarate sui concerti (Sessanta milioni di partiti), spaccati di vita che vorrebbero criticare certi rapporti di coppia un po’ superficiali e finiscono invece per diventare inni pop capaci di sdoganare quegli stessi rapporti (Amarsi male), giustificazioni con la firma dei genitori («fidati di chi non si vergogna di cantare come gli viene» recita Quasi liberi), amore e odio in bilico tra condizionali e congiuntivi (Buona sfortuna), conti in sospeso da saldare in multitasking (Nasci rockstar, muori giudice ad un talent show, comunque uno degli episodi musicalmente meno banali della tracklist), concessioni a un cantautorato pop a metà strada tra Vasco Rossi e i Beatles (Vorrei essere una canzone).

L’aspetto peggiore di tutta la faccenda è che Amore, lavoro e altri miti da sfatare riesce anche ad annullare quella curiosità che in passato comunque nutrivamo nei confronti della produzione dei Lo Stato Sociale, con una scrittura che riserva davvero poche sorprese – e comprensiva del solito paradigma dell’«io e te contro questo mondo che non ci capisce» diventato ormai uno standard tematico a più latitudini. Un disco che ha tutti i numeri per aspirare a una diffusione capillare grazie a ritornelli virali e ai limiti del tormentone, e con cui comunque bisognerà fare i conti, che vi troviate da una parte o dall’altra della barricata.

15 marzo 2017
Leggi tutto
Precedente
Methyl Ethel – Everything Is Forgotten Methyl Ethel – Everything Is Forgotten
Successivo
Hater – You Tried Hater – You Tried

album

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite