• ott
    01
    1992

Campi magnetici

Columbia Records

Correva il 1992 quando vide la luce Cosa succederà alla ragazza, quarto titolo per il connubio sconcertante tra Pasquale Panella, paroliere, ed un sempre più eclissato Lucio Battisti. I tre lavori precedenti sembravano obbedire ad una strategia di negazione, uno spostare il confine di ciò che è assodato, normale. Il contrario del tipico smarrimento dell’ispirazione, del banale appassire, dello spegnersi crepuscolare nel pulviscolo fiacco di polvere di stelle. Tutt’altro: c’è una determinazione lucidissima nell’ultimo Battisti. Una convinzione premeditata. Affidarsi a Panella fu il colpo di genio, l’aggiustamento di rotta dopo i buoni ma non eccelsi risultati ottenuti con Velezia (ovvero sua moglie Grazia Letizia Veronese) in E già (1982). Rispetto al lirismo straordinariamente potabile di Mogol, Panella rappresenta una sorta di algido dark side, fautore di disanime cubiste, di simbologie algoritmiche e scambi di senso incrociati che pure mettono nel mirino – mutatis mutandis – la vita emotiva, le turbe sentimentali ed il rapporto tra individuo e società.

Giochi di parole che guadagnano il senso alla fine del labirinto, rivelando l’insensatezza perniciosa del formulario quotidiano. Un percorso che andava coperto con flemma da analista, con calcolo da laboratorio, da cui lo sconcertante disin-canto dell’interpretazione, perché il canto non è più libero se non nella dimensione distaccata di un punto d’osservazione intangibile. Il Battisti panelliano compie una necessaria confutazione di sé e (quindi) di tanto rassicurante codice melodico, introducendo nel salottino del pop-rock italiano un veleno alieno. Ok, certo, nessuna invenzione: nulla che post-punk e new wave non avessero già ampiamente sperimentato. E che pure il nostro Paese non aveva metabolizzato in una concreta dimensione/diffusione popolare. Di nuovo, è possibile stabilire un parallelo con quanto fatto da Lucio nei sessanta, quando aveva innestato l’RnB a pieno titolo nell’immaginario collettivo.

Il metodo di lavoro avviato con Don Giovanni (1986) – prima le musiche, poi i testi – fu ribaltato con L’apparenza (1988) e La sposa occidentale (1990), riverberando nella sublime freddezza delle musiche. Nel successivo CSAR il processo creativo sembra raggiungere un punto di equilibrio superiore (meglio di come farà due anni più tardi il pur notevole canto del cigno Hegel): malgrado la netta accentuazione ritmica – in chiave funky dance con qualche tentazione techno: produce Andy Duncan, già Pet Shop Boys, Frankie Goes To Hollywood e New Order – le melodie tornano a gonfiare il petto, sembra cioè che Battisti abbia stabilito una padronanza nuova anzi rinnovata. Si prenda Ecco i negozi - il rap finto mansueto delle strofe come trampolino per il setoso trasporto del ritornello – o l’allusiva gaiezza di La metro eccetera, oppure l’incalzante palpitazione di Cosa farà di nuovo.

Ed è proprio questo stare sul pezzo con la tensione delle grandi occasioni a rendere possibile episodi quali Così gli dei sarebbero (saturo di affabili insidie ed emblematiche esegesi) o la straordinaria title-track, tirata d’allegorie sinistre, livide reiterazioni e sferzanti simbolismi. Canzoni che non smettono di germinare sensi rispetto ai propri tempi e che pure messe in prospettiva non scherzano affatto, continuando a ghignare il loro sberleffo pungente. Appostatissime nell’aria.

1 aprile 2011