• mag
    05
    2017

Album

Hypercolour

Il titolo portmanteau (UK Garage + Rave = UK Garave) di questo terzo album (contando Kerrier District 4, 2016) di Luke Vibert per Hypercolour (il secondo firmato con nome e cognome, dopo Ridmik del 2014) spiega esaurientemente il contenuto: il tema dell’ennesimo, vertiginoso, giro sull’ottovolante di sample del “Prince della kitsch-tronica” è qui una fantasiosa ma credibile ri-costruzione storica tra hardcore, house, electro e breakbeat, capace di creare falsi ricordi di dancefloor calcati o ricalcati trent’anni fa. Per il suo colorato patchwork, Vibert assembla e rimescola ingredienti così noti e risonanti che solo il collante dell’ironia può tenere insieme senza rischi di cadute nella stucchevolezza: tutto suona come già sentito prima (un esempio a proposito: Heard It All B4, costruita su Rock The House dei Run DMC, accordi sognanti di synth pad in stile 808 State e sventagliate di amen breaks), ma rivoltato e riproposto con così partecipata competenza e sorriso sornione da risultare fresco e spassoso. E’ evidente che l’autore si diverte, e noi con lui, anche quando rompe le regole filologiche che si è autocreato: e lo fa subito, con l’opening track. Per The Future il veterano cornish non si fa scrupoli nell’innestare su una più che verosimile base primi anni Novanta le bastonate di metà anni Duemila di The Indivisible Force di Current Value, il tutto spruzzato da suggestioni kraftwerkiane da Electric Café. E’ il trionfo del ritmo in levare, tra andate e ritorni tra USA e UK, palleggi back to back tra Todd Terry e Todd Edwards, brividi ibridi di voci, suoni e visioni in costante moto jamesbrowniano ma sempre sotto controllo: i sample, spesso proposti per associazione di idee, sono srotolati con più equilibrio e (relativa) misura rispetto agli eccessi del precedente album Bizarster. Nessuno si sarebbe aspettato altro da Vibert, e questo è l’unico limite di un disco spigliato ed eternamente estivo. Vista la capacità rabdomantica dell’autore e le possibilità di ricombinazioni tra i componenti, questo potrebbe essere il Volume 1 di una serie potenzialmente infinita. Per il momento siamo molto lontani dall’esserne stufi.

6 giugno 2017
Leggi tutto
Precedente
Pixx – The Age of Anxiety Pixx – The Age of Anxiety
Successivo
Ray Davies – Americana Ray Davies – Americana

album

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite