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    01
    1995

Classic

Una volta si chiamavano Cream e Crosby, Stills, Nash & Young: erano i supergruppi, un’invenzione degli anni ’60 che soprattutto il decennio successivo ha contribuito a rendere istituzionale. Formazioni all-star del rock, durate lo spazio di un disco come Blind Faith e Derek and the Dominos – sempre con lo zampino di Eric Clapton – o evolute in progetti di più ampio respiro – e grandi pretese – come i progressivissimi Emerson, Lake & Palmer. Il grunge degli anni ’90, che del revival di un certo seventies rock fece ai suoi tempi una bandiera, ha rinverdito i fasti del fenomeno; di un diverso tenore, pur sempre memori della lezione dei ’70 pre-punk, i due supergruppi del Seattle sound hanno incorniciato due momenti storici precisi, sublimandoli negli intenti come nei risultati.

Se i Temple of the Dog, che appartenevano ancora alla fase aurorale appena precedente l’esplosione del fenomeno, hanno avuto come principio creativo l’elaborazione di un lutto, i Mad Season, che fanno parte a pieno titolo della fase crepuscolare del rock di Seattle – crepuscolare come l’atmosfera che si respira nel loro unico album, specchio del periodo in cui il grunge iniziava a mostrare la corda – nascono da e come una terapia. Di gruppo, personale. Esistenziale, artistica. Fili conduttori tra le due superband, la presenza di Mike McCready, i duetti storici tra voci soliste (Chris Cornell e Eddie Vedder da una parte, Layne Staley e Mark Lanegan dall’altra) e, fatalmente, l’eroina. La droga che scorreva nelle vene di molti musicisti della scena e che non ha lasciato scampo a due dei protagonisti di Above: Baker Saunders e Layne Staley.

Lei, l’eroina. Temple of the Dog era un tributo alla memoria di Andrew Wood, il cantante dei Mother Love Bone che un’overdose aveva portato via nel marzo del 1990, frustrando già in partenza la probabile scalata al successo del suo gruppo – una tragedia e uno dei tanti crocevia del destino: senza il dramma, non sarebbero probabilmente mai nati i Pearl Jam. Ed è in un rehab del Minnesota, quattro anni dopo, che Mike McCready incontra John Baker Saunders. Più anziano di una decina d’anni di McCready, Saunders è un esperto bassista blues. Non è quello che si sarebbe detto un musicista grunge. Non è nemmeno di Seattle, e nella città di smeraldo avrebbe collaborato soltanto, dopo, con i Walkabouts – per inciso, la band meno grunge della Seattle anni ’90. Mike e Baker mettono dunque insieme un complesso, coinvolgendo Layne Staley degli Alice In Chains – un amico che McCready avrebbe voluto aiutare a uscire dal tunnel dell’eroina – e Barrett Martin, batterista degli Screaming Trees (ed ex Skin Yard).

Tra tanti eroi grunge, è il musicista meno conosciuto a dare un tocco diverso, a influenzare la direzione musicale dell’intero progetto. Con un giro del basso blues di Saunders inizia Wake Up, una rock ballad spettrale che parte pacata per elettrizzarsi a metà strada. La dolente elegia che Staley sembra rivolgere a se stesso (“un suicidio lento non ti porterà da nessuna parte”; e invece è andata proprio così) è la stessa che in River of Deceit lo porta sempre più “down, oh down”; questi testi sono tra i più toccanti che il musicista abbia scritto, e prefiguravano il suo destino quanto le pagine più depresse degli Alice in Chains. Il duetto con Lanegan, Long Gone Day, è una bossa nova nostalgica che si stempera in un’atmosfera sospesa tra jazz e psichedelia. L’arpeggio riverberato, che ricorda un po’ quello di Release dei Pearl Jam, e il tipo di groove orientaleggiante – che qui ritorna in altre canzoni – accentuano la mistica del brano finale, All Alone, sorta di mantra cantato con voce angelica nonostante il messaggio di solitudine cosmica che traspare. Sono questi i brani più suggestivi, tra i più suggestivi della tarda stagione grunge, tanto più perché sanno discostarsi dalle sonorità dei rispettivi gruppi cui appartenevano i musicisti che formavano i Mad Season.

C’è però tutto un lato più potente, che include X-Ray Mind, I’m Above (altro duetto Lanegan/Staley), Lifeless Dead e I Don’t Know Anything, e che parla la lingua di un rock-blues aspro e allucinato; questi brani hanno la cupezza degli Alice in Chains senza averne la heavyness, riprendono alcune atmosfere dei primi Pearl Jam in maniera più soffusa e notturna prosciugandole da certe tentazioni epiche, e omaggiano i classici degli anni ’70, dai Led Zeppelin ai Deep Purple – laddove in November Hotel McCready fa riecheggiare i sulfurei boleri elettrici di Jeff Beck. Artificial Red, dal canto suo, è puro blues moderno (con minimi echi di Doors).

Un disco da riascoltare, recuperare dalle pieghe del suo tempo, da cui pure si distaccava guardando allo stesso tempo indietro e altrove. Poco è rimasto dei tentativi di dare un seguito ad Above (alcuni brani scritti per il secondo album mai pubblicato si trovano sulla ristampa deluxe del 2013, che comprende il DVD Live at The Moore). Nel gennaio del 2015 i Mad Season sono ritornati sul palco con Cornell alla voce, in una serata che ha visto la contemporanea reunion dei Temple of the Dog. Come a dire, un cerchio che si è chiuso. Probabilmente in via definitiva.

8 aprile 2015
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