• nov
    11
    2016

Album

Pias

C’è una caratteristica speciale nel mondo artistico di Martha Wainwright ed è quel suo modo di scrivere confessionali a cuore aperto che un po’ ci fanno star male, quasi mettendoci in imbarazzo, un po’ ci permettono di scoprire come il privato, l’intimo nascosto, di chi pensiamo lontano, rappresenti in realtà un universale immenso, dentro al quale tutti ci confondiamo a testa bassa. Il gusto melodrammatico, quell’emotività spesso svolazzante e teatrale e la voce sicura di una donna che ha finalmente finito di fare i conti col passato, diventano i punti cardinali di questo ottimo Goodnight City, quarto album in studio per la cantautrice canadese, figlia e sorella d’arte. Il nuovo album è stato scritto per metà dalla stessa Wainwright e per l’altra metà da un notevole cast di amici e parenti, compreso Glen Hansard, il romanziere e poeta Michael Ondaatje, il fratello Rufus, la zia Anna McGarrigle, fino a Beth Orton e Merril Garbus aka  Tune-Yards. Registrato a Montreal con Thomas Bartlett, e il produttore di lunga data Brad Albetta, nonché marito della Wainwright, Goodnight City è sinora il lavoro più divertito e divertente della carriera della cantautrice canadese.

Quando, nell’apripista screziato di Around The Bend, l’artista ammette «I used to do a lot of blow / but now I only do the show / I like to get paid / I never get laid», emerge tutta la devastante verità di un passato impossibile da dimenticare; passato che viene dipinto con perizia anche nella splendida e fumosamente jazzistica Before The Children Came Along, racconto di formazione di una madre di fronte al disagio provato durante il culmine dell’adolescenza dei propri figli. Vestendosi di un’intensità dolorosa come una moderna Piaf, la cantautrice di Montreal riesce nell’intento di portare al suo pubblico quel modo così intimo di interpretare un brano, di elaborarlo e dargli vita: i testi della Wainwright, che talvolta possono far sentire l’ascoltatore come un voyeur inconsapevole, diventano parte fondamentale del suo talento artistico, così grezzo e atmosferico. L’artista sperimenta e vince, grazie a una leggerezza – che non è mai superficialità – raramente avvertita sinora: dalle epiche suggestioni folk-rock di Franci alla tensione latente di Window, Martha Wainwright si avvicina sempre più alla febbrile stagione impegnata di una Patti Smith agli esordi, soprattutto nel barcollante rock di So Down.

Wainwright è cambiata, è cresciuta, ed ha abbandonato gli eccessi emotivi degli esordi, preferendo alle emozioni viscerali e torbide, un pop più arioso e morbido. Nonostante negli anni sia ricaduta nel vortice di un dolore nerissimo – indimenticabile la furia selvaggia che adornava il poco coeso Come Home To Mama, uscito due anni dopo la scomparsa della madre, Kate McGarrigle – oggi quello che emerge da Goodnight City è l’essenza di una donna matura, pronta alla vita, capace di sorridere anche nei momenti più bui, finalmente felice. Una donna che all’angoscia ha saputo sostituire l’ottimismo e l’amore per i propri figli. Sarà per questo che si respira un’atmosfera rilassata e familiare, durante l’ascolto del disco, sarà per la produzione messa in mano al marito e fidato collega, e sarà infine per i brani (esattamente la metà) scritti da amici e parenti della stessa Wainwright. «Questi scrittori mi conoscono», ha confessato la musicista commentando i sei brani che le sono stati regalati, gli stessi che hanno contribuito a formare un arazzo intimo di canzoni che riflette le esperienze della cantautrice da un punto di vista esterno ma intimissimo. Tuffandosi così nelle profondità infinite di un amore familiare, la Wainwright ha finalmente trovato il suo tesoro artistico e personale.

La capacità della cantautrice di decostruire i suoi pensieri più nascosti in un canto così spavaldo e vellutato torna qui ad essere uno dei suoi talenti più sorprendenti, capacità che ritroviamo anche nelle tracce co-scritte. Look Into My Eyes, ad esempio, scritto con la zia Anna McGarrigle, è un pastiche scuro di sintetizzatori schiumanti e sax lunatico. Con la regina della folktronica, Beth Orton, Wainwright brilla nella tempesta creata da Alexandria, con quel piano minaccioso e gli ottoni sinistri, mentre Franci, scritta col fratello, è un’eterna dichiarazione d’amore per il figlio più piccolo – e quando la musicista canta «tutto di te è meraviglioso», lo fa assaporandone millimetricamente il nome. I passi falsi sono pochi – il sommesso blues di Take The Reins o il cliché pianistico a firma Hansard di One Of Us – e mentre i synth svolazzano e i sassofoni si fanno caliginosi, l’effetto drammatico non addolora, non intristisce.

Il trionfo di Goodnight City sta nella sua coesione, vista anche la lunga lista di collaboratori e il precedente Come Home To Mama, dalla natura altamente sconnessa. Emotivamente catartico e complesso, è un disco nettamente più leggero, rivolto all’esterno. Per tutta la sua infanzia Wainwright ha assorbito musica, costantemente circondata da artisti in famiglia, alimentando così il suo credo nel potere della collaborazione. Goodnight City incarna esattamente questa idea, condividendo i segreti della cantautrice col mondo che le orbita attorno. Un disco dinamico, potente, importante, perché lascia il potere agli altri – siano amici, parenti, colleghi – di tirar fuori la parte migliore di noi, la versione più completa. E qui lo spirito sperimentale di Wainwright suggerisce un modo eccitante e riuscitissimo per andare avanti, un po’ da soli, un po’ insieme a chi ci ama. Nella musica, così come nella vita.

28 dicembre 2016
Leggi tutto
Precedente
Josienne Clark & Ben Walker – Overnight Josienne Clark & Ben Walker – Overnight
Successivo
Stick Men – Prog Noir Stick Men – Prog Noir

album

artista

Altre notizie suggerite