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Troppo profonda la poetica che Leonard Cohen ha impresso nei suoi album e nei suoi libri per essere circoscritta in un recinto wikipediano, descrittivo e semplicemente nozionistico: la musica del canadese è specchio delle sue scelte di vita, della sua visione filosofica, di un impianto letterario raffinatissimo e da interpretare facendosi indicare la strada dall’unica luce capace di illuminare noi poveri viandanti, ovvero Cohen stesso. Ci sarà un motivo se uno come Bob Dylan ha dichiarato che il canadese è una delle poche persone in cui gli sarebbe piaciuto trasformarsi (…e lui è Dylan!).

E allora Massimo Cotto, in I famosi impermeabili blu (citazione che riprende il brano Famous Blue Raincoat scritto dal musicista), fa la cosa più intelligente: lascia che sia Cohen stesso a raccontarsi, in un libro che ci pare anche un grande gesto d’affetto nei confronti di un autore troppo spesso sottostimato, di certo dal grande pubblico ma a volte anche dagli addetti ai lavori. Il testo è suddiviso in tre macro aree. Nella prima Cotto sintetizza in sessantasei paragrafi altrettanti episodi della vita del canadese, per forza di cose non esaurienti dal punto di vista biografico (non era questo lo scopo) ma utilissimi per inquadrare il personaggio e avere un riferimento contenutistico a cui tornare, una volta alle prese con la seconda parte del libro. Seconda parte che rappresenta il vero nucleo di I famosi impermeabili blu, dal momento che propone nove interviste dello stesso Cotto a Leonard Cohen raccolte tra il 1984 e il 2001 a Milano, Roma, Monaco di Baviera e Los Angeles. Nove chiacchierate che in realtà vanno ben oltre il mero aspetto musicale, sondando l’uomo dietro l’artista. Cotto è preparato e bravissimo a scendere in profondità, coinvolgendo tutti gli aspetti della produzione artistica e della vita del canadese: i dischi, i versi delle canzoni, la famiglia, la storia individuale, l’apprendistato zen, l’ebraismo e moltissimo altro. Da una parte emerge un grande rispetto che non scade mai nel commento da fan, dall’altra una disponibilità ad aprirsi che è pari solo alla linearità di un eloquio che pesa le parole e i concetti col bilancino, pur senza risparmiarsi – del resto c’è da aspettarselo da uno capace di metterci anni per scrivere una sola canzone, teso alla ricerca del verso perfetto. È questa la parte che permette davvero una comprensione più profonda dell’immaginario di Leonard Cohen, nonché la vera ragione che potrebbe spingervi ad acquistare il libro.

Il punto debole di I famosi impermeabili blu è forse la terza area tematica, in cui il giornalista lascia che siano artisti, addetti ai lavori e vari amici (si va da Adam Cohen a Angelo Branduardi, da Caterina Caselli a Cristiano Godano, da Dario Vergassola a Dori Ghezzi, da Giorgio Faletti a Linus, e oltre) a raccontare/ricordare il primo, personale, incontro ravvicinato con l’arte del canadese: un modus operandi rischioso, che in qualche caso produce contributi di valore – pensiamo ad esempio alla (poetica) testimonianza di Roberto Vecchioni o alla email di Francesco De Gregori che ricostruisce i tempi del Folkstudio – e in altri cede un po’ alla retorica celebrativa. A nostro avviso, meglio forse sarebbe stato intervistare personaggi che nel tempo hanno collaborato con Cohen (ad esempio i produttori dei dischi, i musicisti o magari i familiari), per avere così un punto di vista inedito su tutta la questione.

Alcuni disegni del musicista chiudono un libro che comunque ha il pregio di testimoniare, senza voler a tutti i costi interpretare, la caratura artistica infinita di un uomo che è stato ed è tuttora soprattutto un poeta. I famosi impermeabili blu è quello che si potrebbe definire una fonte primaria di tutto rispetto, e il merito è anche dell’autore.

28 ottobre 2016
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