• mag
    01
    1987

Giant Steps

Red Records

Roma. Primavalle, a dirla tutta. Un fiore selvatico sboccia nella suburbia pasoliniana. Fin da bambino, Massimo è un mostro. Inizia col clarinetto, ma è nel sax, l’impervio sax alto, che trova la sua vera voce. Una clamorosa rivendicazione di esistenza nel grigiore. Mario Schiano, sassofonista e organista free jazz, è il primo a scorgere talento nel quindicenne Urbani, tanto da includerlo nel sestetto che registra Sud (Splasch Records, 1973). Quindi il pianista Giorgio Gaslini lo nota nella mischia del suo corso di jazz al Conservatorio di Santa Cecilia: fin da subito ne stima il piglio istintivo e la preparazione, rimproverandogli al contempo la dissennata mancanza di self control. Vista lunga, quella di Gaslini. Nel bene e nel male. Poi il fiore sboccia. Uno stupendo fiore carnivoro. L’incontinenza espressiva produce una musica sbrigliata, impetuosa, a rotta di collo contro le ringhiere che chiostrano i palazzoni di borgata. Il jazz italiano capisce subito di non poterne fare a meno. Fioccano le collaborazioni con Pierannunzi, Liguori, Fresu.

Ad Umbria Jazz ‘74 si guadagna l’ammirazione di una leggenda come Sonny Stitt. Rava lo porta con sé a New York (dove il Nostro scompare per due giorni, dormendo su una panchina di Central Park). Da ognuno coglie, impara, esplora. Ma quel che più gli preme è il raglio in faccia al creatore di Ayler e Coltrane, movenze che informano il fenomenale Dedications (Red Records, 1980). E’ una febbre in via d’implosione, sguinzagliata sulle tracce del cuore: ecco avviarsi la sua strana carriera a ritroso, dal free verso il cuore della “cosa” jazz, quel crogiolo/caleidoscopio che fu la rivoluzione bop di Charlie Parker e Gillespie. Il contrabbassista Giovanni Tommaso, storica figura del jazz rock coi Perigeo, lo vuole nello splendido Via G.T. (Red Records, 1986), dove Massimo dimostra un senso dell’interplay ormai pari al furore formale. Arriva quindi, col 1987, questo Easy To Love in quartetto con Roberto Gatto ai tamburi, Furio Di Castri al contrabbasso e l’altrettanto compianto Luca Flores al piano. La combinazione di personalità e “voci” si rivela azzeccatissima: la puntigliosità assorta e lunare del piano e l’imprendibile calligrafismo ritmico di basso e batteria (si senta la trepida Night Walk) si rivelano la trama ideale per il quid artistico maturato da Urbani. Asciutto, affilato, vibrante, il sound è un’ode generosa ai numi imprendibili che da sempre ossessionano il sassofonista.

Il Cole Porter di Star Eyes e della title track sono velluto che soffoca il fuoco, sinuoso e duttile il timbro del sax come nervi spalmati su stati di grazia e abbandono, palpitante il piano di Flores a ricucire un pacificazione in fieri. La classica Good Morning, Heartache tiene al guinzaglio una malinconia svolazzante come t’immagini avrebbe potuto Bird stesso dopo aver contemplato le placide trepidazioni delle Ballads coltraniane. Coltrane che è presenza palpabile nell’originale A Trane From The East, apprensione spirituale e carnalità fosca riconducibili al periodo Crescent, ma anche nei guizzi e sfarfallii bop/swing di Three Little Words (che il grande John interpretò assieme a Milt Jackson). In mezzo al programma ancheggia una volitiva I Got Rock, piglio funk-rock dritto e squillante, il riff del sax colto tra rovello febbrile e lucido raziocinio, bestia sonica ormai del tutto sotto controllo. Perché a volte il jazz assomiglia ad una spasmodica, toccante ricerca di sé, della propria voce come uno stare nel mondo tra le cose del mondo. Ahimè, spesso è una ricerca (e un trovare) che sublima lo smarrimento irrimediabile dell’uomo dietro al musicista.

Non riuscirà, Urbani, a sopravviversi. Tra i pochi altri lavori autografi spicca un eccellente The Blessing (Red Records, 1993), ossequio parkeriano definitivo. Uscito postumo.

1 novembre 2008
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