• ott
    01
    2010

Album

Accidental

"Dai free party siamo finiti nei Club e da lì il discorso non si è spostato, anzi, nei Club c’è la vita reale, ci sono le compagnie di tabacco, telefonia, alcol. Insomma c’è la pubblicità, gli sponsor e cose così. Invece di aprire la mente alla gente, il Club gli ha fatto accettare una realtà corporativa. Con la mia musica sto cercando rendere chiari questi link".

Lo scorso giugno Matthew Herbert, in un misto di nostalgia e rabbia, ce la dipingeva così la vita nei Club odierni, dal punto di vista di un uomo che dopo essersi vissuto il meglio dell'epopea free party, si ritrova di fronte a una realtà di contenitori sociali totalmente controllati da multinazionali lecite e illecite. Da lì One Club, il disco di musica da ballo imballabile, la telecronaca del weekend sballone dove tutto è meccanizzato fin nei più minimi bit, dal ritmo all’accensione di una sigaretta, dal blin blin della cassa, al succhio della cannuccia del cocktail.

L’ex Dr. Rockit che in passato pionierizzò la microhouse ritorna sulla dance per parlarci dei legami subdoli che ora la alimentano. Le sorgenti dell’album sono state prese in un’unica serata al Robert Johnson, un nightclub di Francoforte. Herbert li ha successivamente tagliati, cuciti e messi in battute industrialeggianti (Jalal Malekidoost), rotonde o robotiche con il preciso scopo di generare nell’ascoltatore un rise da pasticca marcio e distante, inebriantemente guastato o disumano tout court (Robert Johnson). L'unico tocco uber alienazione che apre alla cosiddetta creatività – completamente assente nella minimal di molti set – è un coro che è poi il leitmotiv del disco: ballerini di musical (?) che sporadicamente rompono la monotonia, come se dal cubo club si passasse al teatro, dove tutto è più gruppale e umano.

One Club è un lavoro tanto sociologicamente riuscito quanto sonicamente controverso. Da un lato ricorda alcuni lavori giovanili dei Matmos o i Residents di Diskomo (Marlies Hoeniges); dall’altro, resistendo alle ipotesi gigione o sarcastiche, costringe l’ascoltatore a una seduta musicalmente anomica e monodimensionale. Forse al Sonar chi ha fischiato Herbert non aveva tutti i torti questa volta. Aspettiamo One Pig. Finale della trilogia nonché l'episodio più atteso.

9 ottobre 2010
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