• mag
    24
    1994

Classic

Code666

Era già dall’estate che avevamo deciso di scrivere di questo disco ma le dichiarazioni del leader dei Sonic Youth, non si sa quanto serie considerando la sua recente militanza in progetti black metal – o quanto seria sia questa militanza –, ci hanno servito l’occasione su un piatto d’argento. Qualcuno si è infuriato, alcuni hanno riso, altri hanno semplicemente preferito soprassedere o leggere l’ironia tra le righe (come era più giusto fare).

Le frasi di Moore sono a doppio taglio perché nascondono una doppia assurdità o, se preferite, un paradosso e una verità. Il paradosso è che la sua stessa presenza in progetti del genere indica appunto come si tratti di un genere musicale, che dall’inizio degli anni ’90 a oggi ha avuto la sua evoluzione sotto tutti i profili, non diversamente da qualsiasi altro. Che non si consideri musica non si può dire, del disco dei Mayhem, se si vuole avere il tempo per non fermarsi alla superficie e indagarne un po’ più a fondo le strutture (anche con l’aiuto di quegli spartiti elettronici che girano in rete, non sempre accuratissimi ma utili quando si ha voglia di conoscere qualcosa di nuovo e di non andare per luoghi comuni).

Quanto alla completa disintegrazione dell’esistenza, oddio – anzi, scusate, che diavolo (!!!) –, il finale della citazione forse una mezza verità la nasconde. Se voler dannatamente scrivere di musica su De Mysteriis Dom Sathanas, l’album che sta al black metal norvegese come Scum dei prima apprezzati e poi tanto odiati (da Euronymous) Napalm Death al grindcore, significa dover dribblare, oltre a dichiarazioni pubbliche e pose pour épater le chretien, anche un corollario di cronaca nera – molto nera – tra suicidi, omicidi, vandalismi, chiese date alle fiamme e gente pronta per le bestie di Satana tanto prima delle Bestie di Satana (quelle de noantri), se parliamo di vita che diventa più arte dell’arte, se consideriamo quanto la vocazione distruttiva – e autodistruttiva – dei suoi primi ispiratori abbia inciso sul piano estetico e sonoro del black metal, e non solo nell’aura maledetta che aleggia su un parto discografico quasi decennale, be’ allora questa potrebbe essere l’unica frase azzeccata dal nostro amico Thurston. Ben conscio, tra l’altro, di come ciò abbia il suo fascino. Per rimarcare la differenza con una scena diventata – a parere loro – troppo trendy, i norvegesi si definivano total death metal e questa cosa l’hanno presa molto a cuore, oseremmo dire alla lettera. Ma appunto, parliamo della musica.

Brutal musik è un’altra definizione che i Mayhem si portavano dietro dalle origini, tra gli inizi e la metà degli anni ’80, quando il metal più forte sulla piazza era rappresentato da band come Venom e Celtic Frost e agli albori del thrash. Dopo il demo Pure Fucking Armageddon, è con l’EP dell’87 Deathcrush che Maniac, Euronymous, Necrobutcher e Manheim (i componenti di allora) arrivano a un primo punto fermo della propria evoluzione: una sorta di versione hardcore – più intensa ma anche “punk”, in senso molto lato – incrostata e lo-fi del thrash/death estremo dell’epoca. Più ancora del sound incancrenito nella sua sporcizia, è il grido spiritato di Maniac a introdurre quelle caratteristiche autoctone che saranno evidenti in tutta la scena norvegese (nel momento in cui gli svedesi Bathory in Under the Sign of the Black Mark compiono il passo decisivo per diventare il trait d’union storico tra la first wave dei Venom e gli sviluppi futuri del black metal sul piano canoro e strumentale).

Di fatto tra Deathcrush e De Mysteriis dom Satanas passano sette anni in cui non escono dischi di studio, ma succede di tutto sul piano stilistico e non solo. I Mayhem consolidano la propria reputazione underground di totale estremismo con poche esibizioni shock. L’ingresso del nuovo vocalist Dead imprime una svolta. Lui nel ruolo di frontman e il chitarrista Euronymous come leader della scena, definiscono il concept del nuovo black metal. Ossessionato dalla morte (ancora), Dead adotta il face-painting («non per essere glam come i Kiss o maligno come King Diamond, ma per assomigliare a un cadavere», come racconta Necrobutcher) ed estremizza le sue esibizioni sfidando il pubblico con gesti fuori controllo (l’automutilazione o le teste di maiale lanciate dal palco). Dead scrive i testi delle canzoni che finiranno su De Mysteriis – tra cui Freezing Moon o Life Eternal, preludio al suo suicidio nel 1991 –, e plasma la tecnica dello scream, diversa sia dal growl del death metal, sia dal canto metal classico; il suo urlo viscerale d’angoscia tra l’agonizzante e l’indemoniato non si è mai potuto apprezzare in una resa di studio, ma solo in dischi dal vivo come Live in Leipzig o il famigerato bootleg Dawn of the Black Hearts.

Anche il batterista Hellhammer, emulo della potenza al cardiopalma dei Dave Lombardo e dei Pete Sandoval, contribuisce non poco all’evoluzione musicale del gruppo e a definire le coordinate del black metal. Un nuovo cambio di formazione dopo il suicidio di Dead e l’uscita dal gruppo di Necrobutcher vede l’ingresso di Varg Vikernes al basso, di una seconda chitarra (Blackthorn) e del cantante ungherese Attila Csihar, vocalist più tecnico e sperimentale che rivisita a sua volta lo scream modulandolo in maniera più cupa e agghiacciante. Il gruppo che registra il tanto atteso primo album, più volte rimandato per incapacità organizzative dell’etichetta di Euronymous e uscito solo dopo la morte di ques’ultimo per mano di Vikernes, è molto cresciuto tecnicamente. E i brani lo rivelano.

Le coordinate del black metal esposte da Funeral Fog e dalla title-track sono un incastro di riff forsennati, muro frusciante e brusente (a zanzara, secondo il gergo) di chitarra, basso metronomico e blast-beat superveloce di batteria sostenuto da raffiche di rullante e (doppia) cassa battente, il tutto immerso in un’atmosfera dark e maligna. OK. Gli altarini però si scoprono e rivelano un virtuosismo che non contempla o quasi gli assoli (e non è un male) e non è così monolitico. Di Freezing Moon più delle parti veloci si imprimono i riff lenti, incluso l’arpeggio in ¾ che un orecchio straniato potrebbe immaginare in versione post-rock. Per non dire di From the Dark Past, forte di un arpeggio tutto in terzine e di un riff in 16/4, che propone quasi un black metal “matematico”, se mi si passa anche questo termine. Proprio antimusica non è. La catena di power chord in terzine su un tempo galoppante e la metrica arzigogolata di Pagan Fears, i riff in trentaduesimi, l’arpeggio sweep di Buried by Time and Dust, Life Eternal, che oltre a massacri di doppia cassa in sedicesimi a 170 bpm offre un surreale riff in 15/8, ci sprangano e ringhiano nelle orecchie una forma di metal sì spaventosamente eccessiva e provocatoria, ma nello stesso tempo ricercata, cerebrale, quasi progressiva (aaaaaargghhhh!). Un approccio formalista e una lettura un po’ più sottotraccia la rende persino (più) godibile.

1 ottobre 2014
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