• gen
    13
    2017

Album

Macro Beats

Quello che rende Mecna una monade qualitativamente ben al di sopra della media nazionale relativa al suo ambito (chiamiamolo pure hip hop per ora) è la sua emancipazione da mode, contingenze, trend, eccetera. Ad un ascolto superficiale di Lungomare Paranoia, il terzo album pubblicato a sorpresa il 13 gennaio via Macro Beats, potrebbe invece sembrare evidente il contrario. Pare inevitabile parlare del disco relazionandolo a questo momento di trappismi nati già vecchi, quando tra metriche ed effettazzi vocali già Acque Profonde sembrerebbe muoversi proprio in quella direzione. Ma allora perché Mecna è Mecna, e può utilizzare l’autotune senza mai neanche rischiare di (s)cadere in quel calderone?

Tommaso Labranca nel suo Andy Warhol era un coatto. Vivere e capire il trash definisce il concetto di trash come il risultato involontario dell’emulazione fallita di un modello aulico. Se abbracciamo questa tesi, la trap italiana è trash al 100%. L’irraggiungibilità del modello originario, la trap – quella vera – di Atlanta che da Gucci Mane arriva a Young Thug, e passa anche dai riflessi francofoni (trash anch’essi, ma in misura minore perché meno ritardat(ar)i), è in questo caso sancita inevitabilmente da una decontestualizzazione che si traduce in un irrimediabile massimalismo d’accatto. La trap italiana procede per imitazione, ma la mimesi risulta per lo più ridicola perché rimane ad un livello epidermico e superficiale: è la rielaborazione impoverita e l’appropriazione culturale indebita di stilemi, cliché e stereotipi che non ci appartengono. In questo senso, Sfera Ebbasta con i suoi denti d’oro e i suoi patetici SKRRR è semplicemente un cosplayer di Young Thug, allo stesso modo in cui Little Tony lo era di Elvis.

Questo risultato Mecna lo salta a piè pari, e senza sforzo. Il suo uso dell’autotune – non che sia la prima volta peraltro – non è tragicomico, sia perché non degenera in un abuso, sia perché non è il parto malriuscito di uno scompenso creativo che lo porta a cercare in maniere altrui un’impalcatura formale che sostenga la sua povertà di idee originali. Lungomare Paranoia non è neanche lontanamente un disco trap. È un disco di pop elettronico – quello buono – che pesca (tanto) dall’hip hop, è l’album della definitiva maturità da parte di un MC valido e preparato; che qui canta molto più di quanto non rappi, con ritornelli e melodie orecchiabilissimi ma mai scontati (non è questa già una definizione di buon pop?), autoriale ma non aulico. Mecna parla di sé stesso, della sua vita e del suo trascorso, senza essere eccessivamente autoreferenziale ma anzi stemperando i riferimenti strettamente autobiografici con linee più generali e facilmente suscettibili di interpretazioni plurime da parte dell’ascoltatore (e quindi agevolmente – e legittimamente – empatizzabili). Parla della sua tipa, degli scazzi dovuti al successo, di quanto odia i compleanni, cose così. E una diretta semplicità mai tradotta in banalità non è affatto cosa da tutti.

Tutto questo senza peraltro rinunciare a tecnicismi arditi e a ricerche sia fonetiche che semantiche con giochini sempre riusciti – vedi le strofe di Malibu, probabilmente anche il brano più strettamente pop in scaletta. Corrado canta, dicevamo, e canta tanto, con l’approccio non troppo ferrato del rapper prestatosi e reinventatosi cantante: ciò nonostante l’effetto non è amatoriale o poco azzeccato, e la curiosità interpretativa ne risulta indubbiamente premiata. La bontà del disco arriva infine anche dalle basi, a tratti veramente superbe. Su tutto il nutrito team produttivo alle spalle (Iamseife, Lvnar, Alessandro Cianci, Fid Mella, The Night Skinny, 24SVN, il francese Nude) spicca però il lavoro di Godblesscomputers in Malibu e nel primo singolo estratto Il Tempo non ci Basterà, a tratti clamoroso. «Nuove Nike, nuovi Drake, non vi sopporto». Tra le righe, «non scambiatemi per uno di loro».

25 gennaio 2017
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