• apr
    01
    2010

Album

Truth & Soul

Sulle prime non ti capaciti proprio. Nel senso che fatichi a capire come Michael Leonhart sia arrivato solo adesso a fare un disco simile. Hai voglia pensare alla gavetta da trombettista, arrangiatore, produttore e via dicendo, al Grammy intascato da adolescente e la presenza alla corte dei redivivi Steely Dan. Puoi fare tutte le valutazioni che ti pare, fatto è che a una cosa del genere non eravamo preparati anche sapendo delle collaborazioni con – tanto per fare qualche nome – Yoko Ono e Arto Lindsay, Brian Eno e David Byrne.

E questo non perché Seahorse And The Storyteller tiri fuori dall’armadio il temuto spettro del "concept” muovendosi in ambito black. Già lo hanno fatto e prima di lui dei tizi di nome George Clinton e Sly Stone. Che sono, guarda caso, due paletti da piantare saldamente nel terreno per delimitare le fughe per la tangente del nostro ragazzo, essendo un altro paio la psichedelia morbida venata di pop e oriente di fine ’60 e certe squadrature kraute che non sai bene come siano capitate lì. Musica di fusione, insomma, che puoi giustificare solo con lo sguardo attento di chi conosce e maneggia l’argomento sin da piccolo ed è così che sono andate le cose: solo che senza la visione resti un tecnico come tanti, non spicchi il volo. Serve prendere tempo e maturare, ed ecco un’altra possibile spiegazione.

Progetto peraltro ambizioso, questo disco, allestito con un parterre prestigioso ma discreto (membri sparsi di TV On The Radio, Dap-Kings, Antibalas; svariati “cervelli” della New York intellettualmente deviata) che dell’eterogeneità e del multiculturalismo fa bandiera. Che oltrepassa le restrizioni di genere come, a ben pensarci, tutti gli artisti sin qui tirati in ballo: perché se The Story Of Echo Lake è pop chitarristico di tesa melanconia attraversato dal sax, Jaipur e Madhouse Mumbai mescolano Alice Coltrane e Bollywood come a Gonjasufi non riuscirà mai; se Dreams Of An Aquarian è Sly & Famiglia persi nei solchi di Tago Mago, Have You Met Martina? si porge da scioglilingua in apnea di somma orecchiabilità.

Persino i due brevi strumentali che precedono la conclusiva Here Comes The Dragonfish possiedono vivace senso narrativo e preparano a un capolavoro dove Prince si inoltra nella giungla a cercare proprio Eno & Byrne. Ecco: ci piacerebbe affermare di aver trovato un plausibile erede “spirituale” di Roger Nelson, ma vorremmo aspettare la fine dell’anno. Scaramanzia pura e semplice, sappiatelo.

31 maggio 2010
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