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Non potevamo lasciarcelo sfuggire, Michael Stipe dei R.E.M. che fotografa Patti Smith. E’ quindi con colpevole ritardo che segnaliamo il libro fotografico Two Times Intro – In viaggio con Patti Smith, uscito qualche mese fa per i tipi di Quarup, il tutto per la collana Badlands. Un libro – o meglio, un documento – necessario, perché racconta di lunghe attese e ritorni definitivi, di una rinascita, di tutte le paure evaporate, testimoniate, sfocate sotto l’occhio di un Michael Stipe sempre discreto, cui tremano le gambe da ammiratore assoluto di Patti Smith qual è.

Un’amicizia che nasce nel 1994 quando Michael Stipe, venuto a conoscenza della morte di Fred Sonic Smith, telefona alla Smith augurandole semplicemente buon San Valentino: “immaginavo si potesse sentire sola”, racconterà poi Stipe. E’ la scintilla. Questione di mesi e la Smith invita Stipe e la sua macchina fotografica a seguirla on the road. Istantanee, flash, strisce di vita che fotografano un nuovo inizio, che testimoniano qualcosa d’impensabile: il ritorno live del 1995 al fianco di Bob Dylan (che mai apparirà nelle fotografie di Stipe).

Le foto – tutte in bianco e nero – sono sfilacciate, maltrattate, rubate. Eppure timide nel loro ostentato minimalismo, reverenziali quando sono incapaci di indugiare, di scavare, raramente a fuoco – ed è una scelta ben precisa – come a voler proteggere Patti Smith da una sovraesposizione per cui non si sente pronta. E invece Patti Smith vive di sorrisi, entusiasta, giocosa – è vita in tutti i sensi, è rinascita. Completamente diversa da come la ricorda Stipe nell’introduzione: “c’era una foto pazzesca di una giovane Patti Smith, appoggiata contro una parete, che fissava l’obiettivo, inquietante e bellissima”.

In Two Times Intro non c’è nulla di inquietante, tutto è luminoso, chiaro, schietto come la musica della Smith, in ogni dove bellissima. Geometrie da dopo show, gambe che s’intrecciano, capelli accarezzati. Stipe e la Smith in taxi, un selfie inedito, senza pensieri, sentito. E ancora Stipe versione natura morta con vestito di scena della Smith. Un Tom Verlaine, bellissimo e già sfuggente, e sempre di lato, la dolce Kim Gordon con Coco Moore, quasi si nascondessero. Allen Ginsberg allo stremo delle forze, elegantissimo, l’inquadratura è tutta sua, c’è uno scontro di macchine fotografiche con Stipe, tutto al quadrato. Un codice a barre su di una fronte. La scritta “thriller” su un muro, mani incapaci di raggiungerla. Tantissime mani, tutte assieme, si toccano.

Un volume densissimo, impreziosito dagli appunti sparsi dei vari testimoni di quel trionfale tour, da Jem Cohen a Lisa Robinson, passando per l’innamoratissimo da sempre Thurston Moore (“perché sai, Patti adesso è una mia amica, e se fai lo stronzo con lei, scusami, ma devo darti una lezione, cazzo”). Infine l’istantanea di un aeroporto italiano, “partenze internazionali”. Patti Smith e la sua band in partenza, già lontani, intensi, di nuovo vivi. Per i fan di entrambi gli artisti un documento imprescindibile.

26 maggio 2015
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