• ago
    01
    1959

Giant Steps

Columbia Records

Sempre nell’olimpo, tra i classici forse il più classico, uno di quei pochi dischi capaci di incarnare il significato della parola jazz così come sedimentato nella coscienza collettiva e immediatamente disponibile al gioco delle associazioni mentali: quasi una definizione da dizionario. Dici jazz e anche il peggiore degli sprovveduti si figura Miles Davis e forse proprio Kind of Blue e la sua copertina (con tutto l’immaginario cui questa allude e che sottintende, night fumosi e giacche e cravatte sudate in testa). Delle tante facce del mutante Davis questa tinta di blue(ness) è la più spendibile a qualsiasi livello (non intendiamo questo, ma diciamolo anche, per inciso, che è uno dei dischi più venduti della storia del jazz), la più basica (nel senso di basilare e fondativa) e composta: elegante di un minimalismo fatto di contorni netti, perfettamente disegnati.

Davis prende per mano il Virgilio Bill Evans e sviscera qui, definendo un nuovo standard, le intuizioni modali (dove modo è uguale a scala, lidio, misolidio, eccetera, in opposizione al classico improvvisare jazz sugli accordi che sorreggono il tema) già testate in alcune prove di poco precedenti. E’ un ritorno al piacere della melodia dopo le abbuffate virtuosistiche della tonalità bebop, per un Davis che in fondo è e sarà sempre un “virtuoso del non virtuosismo”, uno sciamano del silenzio e dell’intuizione (fino all’alea controllata – appunto – di In a Silent Way, 1969).

Inutile stare a chiosare sui cinque pezzi, praticamente cinque standard fin da subito (l’iniziale So What su tutti), e sulle performance dei singoli uomini del quintetto che accompagna Miles (la classicità – di nuovo – dello swing di Jimmy Cobb; i misuratissimi tocchi al piano di Evans, memori di certa classica-contemporanea; i primi chiari bagliori del John Coltrane che sarà). Basta da sola la sua tromba a fermare il tempo, ancora oggi, cinquant’anni dopo, limpida e notturna com’è: come un chiaro di luna. Sono lame sottili che non lacerano ma illuminano il buio di una luce bianca, lirica, astratta, ultraterrena, apollinea. E’ un miracolo la tromba di Miles, quasi sempre, e qui più che altrove.

«E’ classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo. E’ classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile fa da padrona», diceva Calvino. Kind of Blue, allora, è semplicemente il più classico tra i grandi classici del jazz.

1 gennaio 2010
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