• set
    01
    2012

Album

Island

Due parole aleggiano perpetue sull'ascolto dell'attesissimo ritorno dei Mumford & Sons: "che peccato". Questo è, in termini più generali, quel che viene da dire quando dopo un primo lavoro ispirato pur senza alcuna impronta rivoluzionaria, arriva un disco come Babel, totalmente sorretto su uno schema compositivo che ripete sé stesso. Che il folk non si curi granché di riprodurre sino allo sfinimento il proprio sistema narrativo-musicale non è certo un mistero, ma da questi quattro londinesi ci saremmo aspettati molto di più, quantomeno uno spiraglio di ricerca sul proprio genere, un percorso di creazione di una propria impronta autorale, un po' ciò che accadde con i Fleet foxes qualche anno fa.

Babel, invece, si presenta non solo come lavoro che, dichiaratamente, prosegue il discorso iniziato nel 2009 con Sigh no more ma si configura come una raccolta di canzoni che tendono a riprodursi l'una con l'altra: incipit omogenei in chitarra acustica che si trasformano piano piano in esplosioni sinfoniche di banjo, pianoforti, mandolini e un cantato che dai sussurri passa lentamente alle grida. Colpisce in negativo soprattutto la quasi totale assenza di canzoni, come se mancasse proprio la materia espressiva e a parte poche eccezioni – Lover's eyes, I will wait e For those below, con la sua chitarra a-la-Blackbird – i pezzi finissero per risultare del tutto privi di ispirazione. Che peccato, quindi, soprattutto perché a definire la sconfitta dei Mumford c'è questa pacata assenza di emotività, di suoni appassionati nonostante la banda che incede, nonostante i crescendo, nonostante le premesse dell'esordio, nonostante tutto.

24 settembre 2012
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