• mag
    04
    2015

Album

ATO Records, Capitol

Nati a cavallo tra i due secoli (millenni), per quasi un decennio i My Morning Jacket si sono mossi tra le trincee indie, prima di assurgere alla gloria del botteghino col quinto album Evil Urges, anno 2008, le attitudini ormai espanse in direzione pop acrobatico e visionario, quasi volessero ritagliarsi il ruolo di anello di congiunzione tra Wilco e Mercury Rev. Poi, circa quattro anni fa, ecco uscire Circuital, disco col quale Jim James e compagni sembravano chiedersi cosa fosse rimasto della dimensione originaria. La risposta fu: ben poco, in fondo.

Col qui presente The Waterfall  i Nostri compiono il passo successivo e in un certo senso necessario: affrontare ciò che sono diventati, tuffarsi di testa tra flussi e riflussi accettando tutto quel che l’estro propone. A costo di spezzare gli ultimi legami con ciò che furono. E’ un album composito, mutevole, sfacciato. Che gioca con la materia dell’immaginario canzonettistico dei tardi Seventies, quel power pop virato AOR (colpevolmente?) snobbato dal popolo alternative e indie, recuperandone le coordinate col preciso scopo di puntare verso modalità di suggestione potenti, perché radicate nel codice radiofonico d’America.

Ecco perciò dispiegarsi in apertura l’afflato Journey di Believe (Nobody Knows), apoteosi della banalità melodico/armonica parzialmente assolta da un vago, asprigno disincanto. Oppure vedi gli effluvi white soul tra scenografie plastiche Alan Parsons Project di In Its Infancy (The Waterfall), per non dire del singolo caramelloso Big Decisions con le sue ugge power pop da cartolina. Ci si muove, insomma, sul filo di un mainstream icastico che quasi possiede la forza di alludere a turbamenti profondi. Quasi, perché la sfacciataggine pop non ha la forza di essere molto altro che ricalco pop, talora suggestivo (quella Thin Line che stropiccia languori Big Star abbozzando una specie di Never Can Say Goodbye sotto valium) e accattivante (una Compound Fracture che sembra i Toto in fregola Beck).

Manca la botta di genio, lo scarto che trasfiguri ed oltrepassi lo status di ingegnosa carineria. Va meglio quando il registro si fa più rarefatto e recupera modi Sixties (la spersa bambagia di Like A River, una Get The Point che stempera Fred Neil e George Harrison) coniugandoli in un presente sospeso, dove il white soul assorto di stampo Lennon può permettersi una cadenza onirica e solenne (Only Memories Remain) che t’inchioda al centro dell’incantesimo. I My Morning Jacket sembrano insomma affetti da una specie di ansia da prestazione che li spinge ad azzardi – gli Who che mordono i talloni agli ELO nel funk spacey di Spring (Among the living) o i Phish nel salotto dei TV On The Radio di Tropics (Erase traces) – dal retrogusto forzato. Quando va bene suonano abbastanza intriganti. Quando va meno bene, sembrano, ahiloro, la caricatura di una grande band.

22 maggio 2015
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