• ago
    08
    1988

Classic

Autoprodotto

Straight Outta Compton resta l’unico vero album degli N.W.A., dato che già Niggaz4Life (per quanto splendido) era orfano di Ice Cube. E se rimane il rimpianto perchè “ci siamo lasciati alle spalle un sacco di grandi dischi”, resta anche l’importanza di un album che aprì definitivamente la stagione d’oro della West Coast e del G-funk, e che mostrò la via a tante formazioni simili (pensiamo a crew come i Compton’s Most Wanted, ma da qui arriveranno anche The Game prima e Kendrick Lamar poi). Dalle ceneri dell’esordio NWA nasceranno capolavori come AmeriKKKa’s Most Wanted di Ice Cube, The Chronic di Dr. Dre e anche (indirettamente) Doggystyle di Snoop Dogg e All Eyez on Me di Tupac.

Con un paragone un poco ardito e molto romantico, gli NWA sono stati per la musica hh più o meno quello che i primi Oklahoma City Thunder sono stati per l’NBA: un gruppo che nasce già in nuce come pacchetto di figurine all stars, con i vari fuoriclasse Durant, Westbrook e Harden che partono come un collettivo per poi separarsi e assurgere ad una nuova e maggiore grandezza individualmente. Praticamente un super gruppo che affronta il suo percorso al contrario. Certo è vero quello che dice il buon Ibaka: Harden molto probabilmente non sarebbe diventato il giocatore che è oggi se fosse rimasto ad OKC, così come la stagione in tripla doppia di media di Westbrook sarebbe fantascienza (anche se di questo non siamo troppo sicuri) e KD oggi non sarebbe il giocatore più odiato del pianeta. Allo stesso modo Ice Cube forse non avrebbe tirato fuori il suo super-esordio solista, e non dimentichiamoci che tutti i migliori pezzi di un capolavoro come The Chronic sono dissing contro Eazy-E. Quindi sì, senza gli scazzi dovuti ai soldi, probabilmente avremmo tra le mani almeno altri 2-3 masterpieces targati NWA; e allo stesso modo, KD, Russ e Il Barba sarebbero nel pieno di una dinastia di titoli. E il discorso si potrebbe estendere ad altri mille casi: Kobe & Shaq, Marbury & Garnett, Carter & T-Mac, Payton & Kemp; la storia del basket, così come quella della musica (non solo hip hop) è piena di romanticissimi “what if”. Ma la grandezza di Kobe sarebbe stata forse minore senza quei due titoli vinti finalmente “da solo”? Se Starbury non fosse stato ingestibile per chiunque, avremmo avuto i primi Big 3 di Boston? Di tutti gli infiniti bivi possibili alla fine ci restano solo le strade effettivamente prese, e pietre miliari come Straight Outta Compton possono essere solo idealmente indicative di ciò che sarebbe potuto essere.

Dopo le prove generali con NWA and the Posse (che conteneva la celeberrima Boyz n da Hood, quindi cruisin’ down da street in my 6-4: semplicemente uno dei migliori ingressi sulla traccia di tutta la storia hh), l’anno successivo Dre e soci fanno sul serio: uscito nuovamente via Ruthless Records, la label di proprietà dello stesso Eazy-E e del non troppo limpido manager Jerry Heller (detto male male, la vera ragione dietro al futuro abbandono prima di Cube e poi di Dre), Straight Outta Compton esplose come una bomba nel panorama hip hop del tempo: per la prima volta la vita di strada e le guerre tra gang, la droga e la miseria, le angherie delle forze dell’ordine e la violenza dell’inferno di Compton, furono denunciate brutalmente e senza filtri. E la differenza principale rispetto a nomi HH precedenti e altrettanto politicizzati (Public Enemy su tutti) è che la condanna di quello stile di vita (le guns e la droga, Crips vs Bloods e gli homies, la misoginia e il disprezzo per i cops) viene ora al contempo amplificata e depotenziata per una celebrazione che si rende spesso troppo entusiastica per suonare credibile come una reale morale. È l’inizio del sempre discusso gangsta rap, un terreno molto pericoloso in cui il confine tra critica sociale e celebrazione esegetica della thug life quasi mai è definit(iv)o. E se Ice Cube al tempo giustificò la violenza lirica e l’ambiguità contenutistica degli NWA vendendone il messaggio come un’oggettiva rappresentazione della difficile realtà del più violento sobborgo di LA, è anche vero che quasi mai il point of view dell’Io narrante si identifica con chi è a terra agonizzante: la mano che scrive è invece sempre quella che ha premuto il grilletto, e se la disturbante violenza è evidente a chiunque, meno chiara è la presenza/assenza di dubbi o rimorsi.

Sullo stesso scivoloso crinale si muove anche la famigerata Fuck the Police, un singolo che scatenò addirittura una diffida ufficiale dell’FBI nei confronti del gruppo e che ne esasperò definitivamente i già difficili rapporti con le forze dell’ordine (ricordiamo il famoso concerto a Detroit sospeso dall’intervento degli agenti che arrestarono i componenti del gruppo). Da una parte i continui soprusi della polizia (non solo bianca) che culmineranno nel ’92 con il pestaggio di Rodney King e la successiva assoluzione di tutti gli agenti incriminati, dall’altra le mai compromissorie lyrics di Cube che incitano all’uccisione degli agenti (“a sucka in a uniform waitin’ to get shot by me, or anotha nigga”). Oltre a FTP, anche gli altri due brani del trittico iniziale (la titletrack manifesto e Gangsta Gangsta, celebrativa dell’appealing side della vita criminale nel ghetto) viaggiano su un estremismo lirico forse discutibile ma legittimo – come disse Cube, “stiamo solo esercitando il Primo Emendamento” – che si mantiene su un livello tecnico e qualitativo semplicemente sublime. Gli affilatissimi versi dalle penne di MC Ren (il cui contributo al gruppo è incommensurabilmente più grande rispetto a quanto mostrato nel pur ottimo biopic Straight Outta Compton) e Ice Cube sono messi al servizio dei killing flows di Eazy-E e degli stessi Ren e Cube (oltre che, occasionalmente, di Dre), e sul tutto aleggiano anche i contributi del ghost-writer D.O.C. e del dimissionario Arabian Prince (praticamente asssenti nel film).

A livello produttivo, il disco è un primo grande saggio del cristallino talento di Dj Yella e (soprattutto) Dre: beat hh canonici alla drum machine e campionamenti vari ed educati che pescano a piene mani dalla grande tradizione black; andiamo da classici del funk e del soul come James Brown, Funkadelic, Sly & the Family Stone, Kool & the Gang e Marvin Gaye, fino a contemporanei HH come Public Enemy, Eric B & Rakim e perfino i Beastie Boys. Un armamentario eclettico e policromo che detterà le prime coordinate del G-funk, e infatti gli stessi due emisferi (classic funk & soul e contemporaneità hip hop) saranno equipresenti e simbionti anche in tutti i futuri capolavori del genere – uno su tutti proprio All Eyez on Me di Tupac. Proprio Fuck the Police, probabilmente il brano più celebre (e come abbiamo visto, sicuramente il più discusso) dei niggas with attitude tiene il piede in entrambe le scarpe con un’efficacia rara: per cui Funky President e Funk Drummer del Godfather of Soul danno la manina nello stesso beat al campionamento di un pezzo dello stesso Eazy-E (Ruthless Villain, che negli anni si confermerà una miniera di samples).

Seguiranno liti e separazioni, accesissimi dissing e capolavori solisti, venitlate reunion e guai finanziari, guerre tra label e riappacificazioni, fino alla morte per AIDS di Eazy-E nel ’95 proprio quando la West Side era al culmine del suo splendore. Lo seguiranno a brevissima distanza altri due pesi massimi come 2Pac e Biggie, quando la spirale di violenza e giochi di potere prevarrà definitivamente sulla musica (con Suge Knight a gettare la sua ombra su tutto). SOC rimarrà lì, tra le stelle più brillanti di un momento straordinario e controverso come pochissimi altri.

13 marzo 2017
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