• ott
    01
    2012

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Warner Music Group

Chi scrive non ha mancato di sottolineare quanto gli ultimi dischi di Neil Young sembrassero più urgenti che ispirati. Bene, con questo Psychedelic Pill – di nuovo in sella ai fidi Crazy Horse dopo il recente Americana – si rientra in carreggiata alla grande. E sapete di che razza di carreggiata stiamo parlando. Sommariamente, si tratta di otto pezzi più uno (la versione alternativa della title track) per quasi un'ora e mezza di caro vecchio country psych ad alto tasso d'elettricità. Ma in realtà in ballo c'è altro. Questo disco è un affronto alla dissoluzione del supporto fonografico, un rilancio avventato, un doppio album (triplo nella versione vinilica) come segno di sfacciata, baldanzosa persistenza. Un lavoro semplice e complesso assieme, certo ben consapevole di non poter arginare un bel nulla ma che ugualmente si butta nella mischia come se fosse l'unico modo per tracciare un confine tra definito e indefinito, tra significativo ed effimero.

In ogni traccia avverti frammenti di mille situazioni del catalogo younghiano (le coordinate convergono in particolare verso Zuma, Freedom, Sleep With Angels, il trascurato Broken Arrow e l'immancabile Rust Never Sleeps), detriti frutto dell'erosione di un edificio che eccede ormai se stesso, ma questo non ne svilisce la forza anzi ne sottolinea la natura, ne attesta l'origine amplificandone il mandato. È un disco orgoglioso di portarsi dentro tutti i titoli che lo hanno preceduto, l'approdo solido di un lungo percorso, disposto a farsi preventivamente un baffo di ogni accusa d'obsolescenza perché sorretto da una convinzione granitica, ancor più rilevante in questi anni buoni a polverizzare i riferimenti in una miriade di stili simultaneamente possibili e perciò impossibili, perciò de-stilizzati.

Indifferente e fiero come una delle bestie a cui rimandano i suoi soprannomi (bisonte, cavallo pazzo, lupo grigio…), il sessantasettenne Young fa rotolare idee più o meno buone in una panatura scabra e vischiosa come insegna la ben nota ricetta, mantecando il tutto in un crogiolo di assoli che poi sono le variazioni di uno stesso, interminabile assolo iniziato (almeno) quattro decadi fa. Come dire è tutto un gioco signori, una pillola illusoria, ma ne abbiamo/ne avete bisogno: Ramada Inn è ballata melò tra deserto e asfalto, She's Always Dancing possiede impeto roccioso e lirismo corale CSN&Y, Born In Ontario snocciola country-stomp sanguigno e beffardello come certi siparietti che alleggerivano le scalette dei 70s, Twisted Road fa country folk tutto mentale e persino un po' (volontariamente?) caricaturale, Walk Like A Giant trama arpeggi e intagli acidi screziandoli con un fischio ammiccante e coretti beachboysiani fino al ritornello sbruffone.

Non si può tacere certo della mezz'ora d'immersione indolente e rapita di Drifting Back, innescata da un ciondolare acustico neanche troppo brillante ma quel che conta è peregrinare in sella al bisogno quasi fisiologico d'astrarsi sulla vibrazione elettrificata. Poi, certo, c'è Psychedelic Pill, il vocoder e il riffone in acido robottizzato spacey, rigurgiti Re-actor e Trans in cavalcata sbrecciata Ragged Glory, la semplicità basale Cinnamon Girl nell'assolo, la versione alternativa che toglie l'effettistica sottolineando filiazioni da Freedom (o meglio dal febbrile coevo Eldorado EP).

È il disco di Young più riuscito da venti anni a questa parte, uno dei suoi più importanti per come impatta sul presente e per la potenza con cui tira le fila di una carriera formidabile. Nei "passi" finali della già citata Walk Like A Giant c'è qualcosa di giocoso, improrogabile (sono o non sono i "prisoners of rock'n'roll"?) e assieme struggente. È una baracconata che rimanda a qualcosa di inesplicabilmente profondo che non demorde pur sapendosi quasi sul punto di arrendersi. È lo psych rock come categoria del sentire, del vivere, dell'esprimere. Non ci credevamo quasi più, ma ancora una volta dobbiamo essere grati a Neil Young.

28 ottobre 2012
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