Live Report
Dal 13 luglio al 15 luglio 2012

L’Optimus Alive duemiladodici, arrivato ormai alla sua sesta edizione, é stato soprattutto il festival degli headliners. Seppur ridimensionatosi rispetto alle quattro giornate dello scorso anno, l’Optimus sta gradualmente guadagnando terreno nell’ambito dei festival vacanzieri, affiancando ai concerti l’attrattiva delle vicinissime spiagge di Oeiras, nei pressi di Lisbona. Festival principe in questo senso è ancora certamente quello di Benicassim in Spagna, che gode tutt’ora di incredibile popolarità, sebbene una line-up sempre meno convincente e le carenti organizzazioni passate (soprattutto a livello di trasporti) stiano progressivamente spostando i riflettori su altri festival. Ecco quindi che tre nomi come Stone Roses, Cure e Radiohead sono il trio perfetto per assicurare all’Optimus Alive un’ottima affluenza, fino a registrare il tutto esaurito, 55.000 presenze circa, per il set di domenica della band di Oxford.

Nella giornata che apre la manifestazione sono tante, tantissime le magliette dai gialli limoni che sfilano ininterrottamente tra i tre palchi che compongono l’area concerti. Oltre al main stage, ci sono altri due capannoni coperti: l’Heineken Stage e il palco Clubbing, più piccolo ma sempre popolarissimo. Al nostro arrivo sono appena entrati in scena i Refused, freschi di reunion, che iniziano a suonare mentre noi siamo ancora in fila per ottenere un braccialetto. Il gruppo punk-hardcore svedese ha ancora i numeri giusti, ma dovrà ben presto fare i conti con un problema che affliggerà il main stage per tutta la durata del festival: il limitatore di volume. Siamo infatti a due passi dal centro abitato e gli impianti di amplificazione sono sottoposti a severi controlli da parte delle autorità locali. Il problema non sarebbe poi tanto il volume, quanto il fastidiosissimo effetto del limitatore, che puntualmente arriva a comprimere il suono creando degli sbalzi a cui è difficile rimanere indifferenti. Ovvio quindi che l’esplosione sonora su cui si basa la performance dei Refused, ben espressa al Primavera Sound di maggio, venga qui inevitabilmente mortificata. Il frontman Dennis Lyxzen ne è ben cosciente e nonostante faccia del suo meglio per catturare l’attenzione del pubblico caricandosi nel finale di New Noise, alla fine non sarà un concerto memorabile.

Ben diversa invece la situazione all’Heineken Stage, dove una folla immensa si é letteralmente ammassata per assistere alle carnevalate degli LMFAO. Dodicenni impazzite, gente in maschera, tutine colorate dappertutto: i californiani sanno certamente come tirar su un vero party. Sintesi del live ideale in cui andare alla rincorsa del divertimento facile, ma dal punto di vista musicale il livello è praticamente prossimo allo zero. Tanti balletti e qualche spacconata sono il massimo che questa band sembra riuscire ad offrire, oltre a beat corpulenti e, seppur contagiosi, troppe volte telefonati. Chiaro comunque che gli LMFAO sono ad oggi un fenomeno di entertainment vero e proprio e non solo virtuale/televisivo. Sull’Optimus Stage sono arrivati gli Snow Patrol ed è quindi un momento perfetto per allontanarsi a mangiare un boccone. Piccola nota: tantissimi banchetti ma qualità del cibo medio-scarsa, porzioni striminzite e vegetariani rassegnati al digiuno.

Si rinuncia a malincuore al set di Santigold per vedere finalmente il concerto a cui è praticamente obbligatorio assistere quest’estate: quello dei redivivi Stone Roses, che suonano in tutti i festival e sarebbe davvero difficile non incontrare. Come ha ben detto l’organizzatore del T In The Park Geoff Ellis, d’altronde, i mancuniani sono il booking perfetto perché attirano una fascia d’età che va dai giovanissimi fino ai cinquantenni. Ci avviciniamo quindi al palco non senza un certo scetticismo, visti anche i precedenti di Heaton Park, dove si festeggiava il ritorno del gruppo con calorosi bagni di urina. Qui assistiamo per un ora e mezza alla ormai fin troppo scontata scaletta di Brown e soci, che comprende praticamente tutti i loro successi, più qualche canzone un pochino inutile. Brown è irrimediabilmente stonato e per giunta va fuori tempo in continuazione. John Squire cerca, con successo, di rispolverare i riff che hanno fatto la fortuna dell’era baggy, mentre Mani è lì col suo basso a chiedersi cosa ci stia facendo, lui che aveva un lavoro con i Primal Scream. Il suo recente estratto conto e’ probabilmente la sua risposta. La prestazione di Ian Brown, che per tutto il concerto non fa altro che agitare due tamburelli, ha un qualcosa di senile che mette quasi a disagio. Insomma il dubbio che tutto questo non abbia molto senso diventa certezza notando l’atteggiamento auto-celebrativo assunto dalla band, con tanto di abbracci di gruppo nel finale.

I prossimi in scaletta sarebbero il cool-duo francese Justice ma, visto l’impianto sonoro poco promettente, gli preferiamo Zola Jesus, che suona in contemporanea su un altro stage. La Danilova offre una performance solida e di alto livello, dapprima tutta nascosta dentro il suo cappuccio bianco impenetrabile, per poi scoprirsi e scendere tra il pubblico nella seconda parte di show, mischiandosi tra la folla. La ragazza sembra incarnare alla perfezione quello spirito dark-wave figlio degli anni ottanta a cui l’ultimo full-lenght Conatus si ispira. Il concerto si chiude con i suoi due pezzi forse più coinvolgenti, Night e Vessel, per uno dei migliori live di giornata.

Il giorno successivo sono i londinesi Big Deal uno dei primi live del tardo pomeriggio, duo maschile-femminile, formula che ultimamente è salita alla ribalta con band come Summer Camp, Tennis e Cults. Lui sguardo fisso e concentrato, lei (la fidanzata, si dice, ma non confermano) appare un pó nervosa come da personaggio e, sebbene le loro piccole vignette fatte di amori adolescenziali e melodie fuzz siano graziose, le canzoni finiscono alla lunga con l’assomigliarsi troppo, colpa anche della mancanza di soluzioni alternative alle due semplici chitarre. Assistiamo quindi ad un breve set dei Noah & The Whale, appena 45 minuti, dove gli inglesi si confermano nuovamente nel loro status di perenni crowd-pleasers. La sensazione forte è quella di una band fondamentalmente malinconica obbligata invece a suonare canzoni allegre, senza però mai convincere veramente. Ne è dimostrazione il fatto che suonino appena un pezzo dal loro album più bello (ma triste), The First Day Of Spring, e che il punto di forza del loro live sia ancora il primo singolo, 5 Years Time, datato 2008.

Nota dolente che caratterizza questa giornata è la cancellazione del concerto di Florence & The Machine, dovuta a problemi alle corde vocali della stessa Florence Welsh. Sostituti dell’ultima ora sono i Morcheeba, la cui performance sembra venir ben accolta dai presenti. La vocalist Skye Edwards, nel finale, si lancia anche in una breve cover di You Got The Love. Altro live attesissimo quest’oggi e’ quello dei newyorkesi The Antlers, che presentano le canzoni del nuovo EP Undersea, oltre a quelle del disco dello scorso anno Burst Apart. Sarà forse la giornata storta, sarà il caldo, sarà che le linee vocali di Peter Silberman tendono alla lunga ad assomigliarsi troppo, sarà pure che il meglio del loro repertorio (Hospice, per intenderci) è lasciato fuori scaletta, ma la performance risulta un pelino soporifera. Eppure alcuni momenti brillanti ci sono, nel live di una band che rispetto a quella di qualche anno fa sembra quasi abbia subito un processo di involuzione, e probabilmente anche di un calo d’intensità emotiva. Accantonato quasi definitivamente il lato shoegaze della band e le sperimentazioni post, gli Antlers di oggi sono una band che fatica ad impressionare.

È tempo quindi per il live di uno dei pesi massimi della storia del rock, i Cure. La figura di Robert Smith si staglia distintamente sul palco nonostante il fumo di scena copra la maggior parte del palco. La prima parte di set è tutta dedicata ai grandi classici con quasi un ora di hits non-stop. Lo show, come quasi tutti quelli del SummerCure 2012, dura la bellezza di tre ore e lascia la band spaziare a piacimento attraverso tutte le tappe importanti della loro discografia. Nuovo aggiunto alla line-up di quest’anno è il chitarrista di Bowie, Reeves Gabrels, che va a sgravare il pesante lavoro di Smith alla chitarra, coprendone alcune parti. Un set a dir poco epico, grazie soprattutto all’insaziabile frontman, che scherza con il pubblico dopo due ore e cinquanta di live: ‘questa è la fine della prima parte del nostro show’ per poi tornare con 10:15 Saturaday Night e Killing An Arab. Impressionante come Smith mantenga una prestazione vocale di livello altissimo anche nel finale. Nonostante siano passati più di trent’anni, i Cure si confermano ancora un ottimo appuntamento live. Chiudiamo la serata passando a salutare quel buontempone di James Murphy che insieme all’ex-LCD Soundsystem Pat Mahoney stanno facendo DJ set nel Clubbing Stage, con una selezione piuttosto ricercata che tende a riscoprire vecchie perle nascoste della disco anni settanta e ottanta. Conoscendo il personaggio, non si sa per quanto tempo James Murphy riuscirà a star lontano dei riflettori che contano.

Domenica arriviamo in concomitanza con l’inizio del set dei Maccabees, freschi del semi-successo del loro nuovo disco Given To The Wild, che li vorrebbe finalmente arrivati allo status di band adulta e presenta quindi un sound leggermente più maturo. La nostra impressione è che in realtà i nuovi pezzi non siano altro che le vecchie canzoni suonate in maniera leggermente più lenta e con l’aggiunta di qualche orchestrazione. Il frontman Orlando Weeks non è poi particolarmente carismatico e, da una band giunta al terzo disco, ci si aspetterebbe un repertorio leggermente superiore a quanto i Maccabees hanno da offrire. A volte l’onestà non basta. È invece tanta l’attesa per il live di Caribou, che suona appena prima dei Radiohead, avendoli accompagnati per tutto il corso del King Of Limbs Tour. Qualche sbavatura, a dir la verità, caratterizza l’esecuzione di alcuni pezzi -senza contare il solito problema di volume- in una prima parte di show non indimenticabile. Nel finale però, il canadese raddrizza lo show con una spettacolare Sun, i cui loop avvolgenti si intersecano nel dinamico texture cromatico fatto di pura psichedelia pop.

Il live dei Radiohead, è, per forza di cose, il più affollato e fisicamente scomodo dell’intera manifestazione. Gli inglesi mancano dal Portogallo da dieci anni e per il live di oggi si registra sold-out, con molti avventori che si presentano direttamente per l’orario di inizio del concerto. Il set è accompagnato da una curatissima scenografia fatta di luci, led ed effetti visivi che si alternano sui maxi-schermi ai lati del palco e sullo sfondo. La scaletta e’ ovviamente improntata sul materiale più recente, con varie tappe nei momenti più pregiati di In Rainbows, Amnesiac e Hail To The Thief. Capitolo a parte andrebbe speso per Thom Yorke, che è visibilmente migliorato sotto l’aspetto della performance rispetto a quanto visto appena qualche anno fa. I suoi balletti nervosi nello stile del video di Lotus Flower scatenano l’entusiasmo del pubblico e risultano molto coinvolgenti, oltre a rappresentare benissimo il mood delle nuove composizioni. Bello anche vedere come la sua crescente passione per il mixer lo entusiasmi molto più delle chitarre, specialmente quando la band approccia pezzi più sintetici, Yorke si esalta avventurandosi in remix che vanno a toccare anche vecchie canzoni. Un grande performer sotto tutti i punti di vista. La spettacolare esecuzione di Separator, con le chitarre che arrivano quasi magicamente a squarciare il fitto tessuto dub, e’ certamente uno dei momenti più gratificanti della prima parte di concerto, circa un ora e venti, prima che la band esca brevemente di scena. In tutto questo, l’unico brano finora suonato che appare nel loro ‘Best Of’ e’ There There, ma il livello altissimo di quanto visto fino ad ora sembra confermare che un set di nuovo materiale vale quanto un loro greatest-hits. Gli ulteriori cinquanta minuti, poi, sono una micidiale serie di colpi durissimi: le chitarre di Reckoner, la melodia narcotica di Lucky, il classicone Paranoid Android, una breve versione voce-tastiera di The One I Love in omaggio ai neo-pensionati R.E.M., che introduce l’attesissima (almeno dal sottoscritto) Everything In Its Right Place, seguita da una concitatissima Idioteque. I Radiohead tornano poi un ultima volta sul palco per suonare un pezzo da The Bends, Street Spirit (Fade Out), l’unico che portano in tour.

Lasciamo estasiati il palco principale per andare a vedere il finale di set degli inglesi SBTRK, che hanno però quasi terminato il loro slot. Il fatto che siano sul palco senza i loro formidabili guest-vocalist (vedere alla voce Little Dragon) abbassa ovviamente le aspettative, ma Aaron Jerome dimostra invece di saper tenere la situazione in pugno in uno dei set elettronici più acclamati del festival. Il duo blues-rock The Kills arriva poi in tarda serata, suonando al cospetto di Thom Yorke, che rimane a bordo palco per guardarli. Alison Mosshart è sicuramente una navigata e bravissima frontwoman, ma la scaletta scelta stasera non è forse delle migliori. Insomma un live da sufficienza piena ma nulla più. Ci prepariamo allora per l’ultimo appuntamento della serata, i Metronomy, che chiuderanno definitivamente il festival. Non siamo i soli a quanto pare, visto che sono ancora tutti qui ad aspettare il gruppo inglese, recentemente candidato al Mercury Prize grazie al recente The English Riviera. Il frontman e leader Joseph Mount e’ sinceramente emozionato nel constatarlo, ed ammette candidamente che il gruppo aveva una paura fottuta di non trovare anima viva alle tre del mattino. Il loro mix di synth-pop, indie-rock e catchy electro è uno dei migliori esempi di eclettismo brit recentemente in circolazione, e il livello di scrittura dell’ultimo album ha visto le quotazioni del gruppo levitare enormemente. La resa live è poi a dir poco esaltante, con suoni più duri e veloci rispetto al disco che tendono a far ballare. Live che in un certo qual modo è la chiusura perfetta dell’evento. Un festival ambivalente, l’Optimus, che aveva nel suo cartellone act validissimi e arena-fillers un po’ sputtanati in egual misura. Un compromesso che tutto sommato si fa volentieri, visto soprattutto il prezzo contenuto dell’intero package, 120 euro con il campeggio incluso.

11 agosto 2012
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