Film

Dopo la visione di No – I giorni dell’arcobaleno eravamo rimasti entusiasti della delicatezza nonostante il tema, quel tono da commedia così ben sposato con la gravità della vicenda; entrando in sala per Il club ne siamo usciti sconvolti, quasi scioccati da quella storia, dal modo di narrarla, senza fronzoli, né artifici, né sensazionalismi. Nessun ricatto, solo un altro tassello nel ricco mosaico sul Cile che il suo autore stava componendo gradualmente; nel bel mezzo della proiezione in anteprima di Neruda, rigorosamente in lingua originale, si rimaneva incantanti dalla musicalità delle parole, dalla partecipazione con cui gli attori le pronunciavano, da quel continuo flirtare con la detective story, facendo quasi il verso alle telenovelas. Quel giocare con la Storia proponendone di contro una speculare, quasi opposta: quella del cinema. Dopo i primi acerbi, ma affascinanti esperimenti (Tony Manero, Post Mortem), quell’autore aveva cercato in un trittico di ampio respiro, e utilizzando espedienti simbolici come politica, religione e arte, di configurare la storia e le tradizioni del proprio Paese. Ci aveva fatto gridare al miracolo in più occasioni, ma la paura che si trattasse solo di un bluff è sparita del tutto con il suo esordio in lingua inglese. E forse non è del tutto casuale che un cileno così abile nell’insinuarsi tra le pieghe della Storia abbia preferito approdare nella terra delle opportunità raccontando il grado zero dell’America del secondo dopoguerra. Indagando il peccato originale della contemporaneità.

Pablo Larraín di anni ne ha 40, ma la sua padronanza del mezzo cinematografico farebbe impallidire molti veterani del settore. In Jackie sceglie di raccontare per immagini la sceneggiatura di Noah Oppenheim e, benché sia splendidamente scritta (a tratti ricorda un’indagine giornalistica), il lavoro sopraffino di regia e messa in scena è notevolissimo, al punto da catalizzare completamente l’attenzione dello spettatore. La composizione visiva raggiunge vette pittoriche degne del miglior Todd Haynes, la potenza e la giustapposizione dell’apparato sonoro farebbe invidia persino a Paul Thomas Anderson (magnifiche in questo caso le composizioni di Mica Levi, giustamente candidate all’Oscar), l’uso continuato del primo piano renderebbe partecipe chiunque delle emozioni di questo o quel personaggio ed esalta ulteriormente le doti degli attori. Non tutto brilla solo di luce propria; Larraín spalma un’ambiguità di fondo che accompagnerà lo spettatore per giorni e giorni, una volta uscito dalla sala. Un senso di colpa opprimente che, forse, un americano sarebbe meglio in grado di rigettare o accogliere con partecipazione, in maniera netta. Dal particolare al generale, il regista indaga l’uomo, il politico, l’ideale, la leggenda. Di come molti uomini si servano dei miti per costruire il loro impero, di come questi diventino essi stessi delle leggende perché costretti a confrontarsi con la violenza insita nella natura umana. Nessun complotto, nessuna cospirazione. Non c’è più tempo per sottili giochi propagandistici. Tutte le scelte sbagliate sono state già compiute. Non rimane altro da fare che porvi il giusto rimedio, che si tratti della cronaca di una vicenda sconvolgente o della percezione che il pubblico ha avuto di quella stessa vicenda.

La scelta formale del regista appare evidente: nel dialogo tra un giornalista e un politico è inutile cercare la verità, non la troveremo. Non perché sia troppo scomoda, ma perché poco accattivante e di scarsa attrattiva sul lettore/spettatore. Non resta che interpretare al meglio il proprio ruolo, di cacciatore di scoop l’uno, di moglie addolorata e madre d’America l’altra. Nel mezzo la più bella costruzione storico-fittizia che si sia vista al cinema da molti anni a questa parte (fa il paio proprio con il recente Neruda). Tuttavia, Larraín non esclude dal quadro anche una sua versione della verità, rintracciabile forse nel dialogo con il prete («There comes a time in man’s search for meaning when he realises that there are no answers. And when you come to the horrible and unavoidable realization, you accept it or you kill yourself. Or you simply stop searching», sensazionale ultima performance di John Hurt), o nello sfogo disperato di Bob Kennedy (Peter Sarsgaard). Chi ama il cinema, questa pazza e assolutamente contorta manipolazione della realtà, ritroverà la verità quasi in ogni fotogramma del Nostro, in ogni sguardo di Natalie Portman (da Oscar, non ce ne voglia la Emma Stone di La La Land che andrà a ritirare il premio), in quel tailleur rosa Chanel ricoperto di sangue, nell’indifferenza e assoluta stranezza del giuramento a bordo dell’Air Force One, nei nostri stessi occhi al cospetto di questa monumentale storia di passioni umane. Non ci sarà più un’altra Camelot, come ripete incessantemente il verso di una canzone ridicola, ma ci sarà sempre il cinema. E per un lasso di tempo, speriamo il più lungo possibile, ci sarà anche Pablo Larraín.

25 febbraio 2017
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