• set
    23
    2016

Classic

Karlrecords

Painkiller è il mix perfetto delle esperienze dei tre musicisti che lo compongono. Tanto che se uno volesse ottenerne a tavolino la formula finale non potrebbe che scegliere questi tre come ingredienti: John Zorn (sax), Bill Laswell (basso), Mick Harris (batteria).

Zorn era da qualche anno il culto di tutti gli alternativi arty del pianeta terra e il simbolo del postmodernismo fatto note, tra cover di Morricone (The Big Gundown), «film per le orecchie» con in testa l’hard boiled (Spillane) e miniature che frullavano collagismo avant in salsa di so(s)ia hardcore (Naked City, un gruppo la cui algida, programmatica follia si coglie tutta nel fatto che Fred Frith ci suonava il basso). Laswell era il polipo ultra-fusion fissato col dub animatore di progetti che scavalcavano a destra la world, il metal e il prog come Material, Praxis, Last Exit Massacre (che erano più normali, Frith ci suonava la chitarra). Harris era il batterista dei Napalm Death quando questi avevano inventato il grind e aveva poi fondato gli Scorn, un progetto solista mascherato da band che puntava a uno strano ircocervo industrial dub metal.

Tre santini della musica underground diversissimi e con tante cose in comune, tre icone della musica estrema dove questo aggettivo significa però non violenza in sé e per sé, ma violenza degli accostamenti, congiunzione degli opposti, estremi che si toccano, stasi e frenesia, rumore bianco e silenzio nero. Violenza come risultato di un eclettismo esagerato, portato all’estremo, alle estreme conseguenze, condotto con tale compiaciuta disinibizione da apparire scandaloso, irrispettoso, a rischio di azzerare, di bruciare tutto quello che tocca. «Sparagmatico», aveva detto Zorn con un termine erudito ed esoterico in un’intervista concessa a Edward Strickland nel 1988, per descrivere la velocità – che dionisiacamente tutto smembra e dilania – dei Naked City.

Zorn-Laswell-Harris power trio incestuoso e poligamo: si erano già rincorsi e incrociati e lo faranno ancora, segno di un’aria di famiglia che tirava fortissima nei primissimi anni Novanta al sussurro e grido di «contaminazione» e di «crossover». Famiglia allargata. Capire l’improvised thrash-metal ambient trio – la definizione viene da uno storico blog zornologico – che erano i Painkiller vuol dire capire anche uno come Justin Broadrick, non a caso primissimo chitarrista dei Napalm Death e poi Godflesh. Significa capire la parabola di uno come Kevin Martin, che da GOD, Ice e Techno Animal – tutta roba concertata proprio assieme a Broadrick e in cui farà capolino anche Zorn – è diventato The Bug, passando dal jazzcore, all’industrial, al grime senza soluzione di continuità. Vuol dire capire un’idea di musica, un’idea di progettualità, di fare arte.

Se nei due EP Guts of a Virgin (1991) e Buried Secrets (1992), guardacaso usciti su Earache, la sensazione della sovrapposizione con i Naked City è così forte da disturbare, e tutta la cosa – incluse le urla sgraziate di Zorn (che fa le veci di uno Yamatsuka non ancora Yamantaka Eye, a cui dal vivo si affiancava) – la si guarda proprio come tra l’autopompino e la splendida chiusura di una piccola cerchia (le miniature hardcore erano la diretta elucubrazione di JZ su gag da record come You Suffer dei Napalm), è in questo Execution Ground – siamo adesso a fine 1994 – che il progetto assume una sua nettezza, facendo colare il superfluo, il ridondante come una scultura che emerge dal bagno di stampa, lasciando solo una serie di solide legnate che se-non-ora-quando vanno chiamate «sperimentali». Velocità e pressione si allentano e se i Naked City sono ancora hardcore, ecletticamente, qui siamo nel sinteticamente post-hardcore. Emergono degli spazi, emergono delle forme, degli ambienti, per quanto sempre come levandosi dalla foschia di un’atmosfera densissima, in un post-industriale che sa di primitivo, di grasso bruciato, di rovine di metallo adibite a capanne e via discorrendo.

Sperimentali sono pezzi come Morning of Balachaturdasi, la seconda delle tre lunghe tracce del primo disco, che su un puntellare di basso, un sax che sulle prime sembrano degli archi e una batteria di rara, ricchissima, cadenzante asciuttezza va scoprendo scenari fascinosamente tetri e claustrali. Lo sono i due remix che costituiscono la totalità del secondo disco, a disegnare quelli che sono, di fatto, dub di dub, radici di dub: col risultato che non si moltiplicano, appunto, gli spazi, ma compenetrandosi, sovrapponendosi, si fanno ancora più sottili, pareti diafane, e quasi spariscono. È questa un’idea possibile di musica da camera che sa cos’è stato il free jazz, cos’è stato il punk, cosa Morton Feldman e Giacinto Scelsi, che sa cos’è stata la scoperta del rumore e cosa quella del silenzio.

Execution Ground è un disco di proporzioni ciclopiche non tanto perché sia un capolavoro, quanto perché nelle sue masse si può sentire la storia di un suono che se da una parte può avere un orecchio piantato anche in cose come i NoMeansNo, dall’altra annuncia già con sorprendente esattezza le propaggini a uno stesso tempo più estreme e più cólte lambite dagli ZuPainkiller è il perfetto simbolo di quel «quando» e di quel «come» tanti musicisti diversi – contemporanei, popular, jazz, accademici ed extra – hanno immaginato la stessa musica, facendosi stretti attorno a una masada di resistenza che abbiamo descritto come abbiamo fatto e che abbiamo chiamato «estrema» e «radicale».

17 agosto 2016
Leggi tutto
Precedente
U2 – Zooropa U2 – Zooropa
Successivo
Weird Dreams – Luxury Alone Weird Dreams – Luxury Alone

album

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

artista

Altre notizie suggerite