• mar
    03
    2017

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Woodworm

Un fruscìo ultraterreno poi una voce a sciogliere il silenzio: «A nuova vita». Come a scandire l’inizio di un racconto onirico dove il protagonista è un uomo smarritosi nell’universo, mai stanco di porsi domande e cercare risposte. Parte da qui H3+, nuovo disco di Paolo Benvegnù, destinato ad imporsi come una delle migliori prove discografiche italiane dell’anno. Ultimo capitolo di un’immaginifica trilogia avviata con Hermann, poi filtrata attraverso le nervature intimiste di Earth Hotel e sublimata infine in una piccola particella infinitesimale alla base dell’Universo – lo ione triatomico d’idrogeno (H3+) – metafora di un ritorno a quelle regioni dell’anima che «solo il cuore può vedere». Più semplicemente, un disco che è la naturale evoluzione di quel percorso di ricerca – estremamente umano e commovente – iniziato con Piccoli Fragilissimi Film ma già assaporato nella fase Scisma. Il Benvegnù che ritroviamo oggi è un cavaliere epico – un ispirato Cyrano – che ha saputo fare tesoro delle battaglie fin qui intraprese, sconfitte e vittorie annesse, traducendole in una potentissima estetica di classica modernità.

Un viatico emotivo che s’inerpica tra i sentieri letterari di Calvino ed Ezra Pound, la cui cifra stilistica è una scrittura in continua trasformazione e, finalmente, tanto omogenea da somigliare ad un racconto musicato che si snoda attraverso immagini e suggestioni. Dieci brani che sono polvere d’universo, inafferrabili ma con inconfondibile peso specifico: i contrappunti d’archi, ormai imprescindibili, in Victor Neuer a far da cornice al quesito sotteso («Chi sarei?»), i divertissement elettro-pop, già avvertiti in Earth Hotel, di Macchine, così come gli echi vagamente bowieani nel metafisico distacco terreno raccontato in Goodbye Planet Earth.

Come in un misterioso processo osmotico, trovano nuova vis anche gli altri viaggiatori di H3+, ovvero i musicisti (storici e non), abili nell’infittire le trame sonore, nel complicarle con estrema linearità: l’ottimo Steven Brown al sax, in chiave free jazz, nella coda di Slow Parsec Slow; le rimodulazioni di formazione con un duttile Andrea Franchi alla chitarra a lavorare di cesello (basti Se Questo Sono Io) – quintessenza di questa nuova prova – e poi, ancora, l’incredibile espressività di archi e fiati che sembrano mettere in contatto universi distanti anni luce e a metà strada tra Damien Rice ed un estatico Modugno in No Drinks No Food. («E le montagne immacolate, il vento, il rumore delle onde ci stan parlando»).

H3+ è già un classico della canzone italiana e, no, non stiamo esagerando. C’è un universo da (ri)scoprire che ti spiazza lasciando senza fiato, merito di un autore che ha ancora voglia di mettersi alla prova, esagerando, sbandando, vivisezionando anima e cuore. Provare per credere.

6 marzo 2017
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