• ott
    07
    1976

Classic

Arista

Non si può pretendere di discutere di un qualsiasi album di Patti Smith se non si tiene a mente che per lei il confine fra la vita e l’arte (cioè fra la vita e la produzione artistica poetica o musicale che fosse) é sempre stato inesistente, perché così la stessa Smith ha coscientemente costruito la sua vita e la sua carriera artistica. Proveniente da Chicago, arrivò a New York come una delle tante intellettuali di provincia, decisa a sfondare negli ambienti underground. Scriveva poesie ma per ben otto anni sbarcò il lunario come commessa, critica di una rivista musicale e drammaturga. Ebbe tuttavia l’acume di entrare in contatto con l’intellighenzia che contava (Bob Dylan, Andy Warhol, Sam Shepard, Johnny Thunders, Tom Verlaine).

Da quel mix di beat generation, decadentismo ed esistenzialismo underground trasse nuova linfa la sua poetica, che già si nutriva di “maledettismo” e confuso revivalismo biblico. La seconda mossa, quella più decisiva, fu iniziare a scrivere musiche per accompagnare i suoi reading poetici, appoggiandosi peraltro per la parte musicale a un chitarrista e musicologo di prim’ordine come Lenny Kaye: quando esplose la new wave si trovò nella posizione ideale per diventarne uno dei primi punti di riferimento. Aveva peraltro parecchie frecce al suo arco, potendo contare su una voce rabbiosa e disperata, furibonda e viscerale, sulla abilità di comporre testi genialmente free-form, su un’espressività interpretativa unica e magnetica (capace di riunire in una sola persona lo spirito di Lou Reed, Jim MorrisonJanis Joplin). Quando nel 1975, uscì il primo album Horses, divenne una star da un giorno all’altro. L’album era peraltro un vademecum su come interpretare i suoi testi: i brani potevano essere dei deliqui introspettivi e alienati che musicalmente venivano dilatati in ipnosi psichedeliche, oppure allucinazioni tese da un recitato tirato fino all’estremo e che deflagravano all’improvviso sottolineate dalle esplosioni di violenza hard rock del gruppo (oltre a Kaye, fondamentale anche il lavoro di Richard Sohl al piano). Un equilibrio perfetto che soprattutto mascherava alla perfezione il suo fumoso blaterare sulla fine del rock, sulla necessità della redenzione (possibilmente all’ombra del Vaticano) e sul rock come forma di comunicazione fra le anime: tutti cliché che ne fecero un genio visionario per la gioventù americana della fine degli anni Settanta in crisi idealistico – nichilista.

Tuttavia più di Horses, è con il successivo album Radio Ethiopia uscito nell’ottobre del 1976 che la Smith scava nelle sue ossessioni e celebra nella maniera più efficace la sua prorompente personalità artistica di sacerdotessa ed eresiarca della new wave. Decisa a coniare una grammatica più in linea con il suo ego di bohemien visionaria sulle orme dell’adorato Rimbaud (che visse la seconda parte della sua vita appunto in Etiopia), la Smith esaspera volutamente la prassi di Horses. Le sue litanie sempre più free-form, sempre più astratte, sempre più disperate, vengono lasciate spietatamente ondeggiare attraverso il suo canto isterico, selvaggio e febbrile, perennemente teso in uno spasimo espressivo al limite dell’esaurimento nervoso, fra l’imitazione ora della strega invasata, ora della profetessa biblica, ora della predicatrice gospel. La parte strumentale agisce per lo più di conserva, preoccupandosi di sottolineare nella maniera più opportuna il titanismo verbale della cantante e ondeggiando quindi a sua volta fra i rock’n’roll vorticosi di Ask The Angels e Pumpin’ My Heart (a un passo appena dall’heavy metal), fra il gospel claudicante di Ain’t It Strange e l’elegia sinistra ed epica di Pissing In A River, fino ad assumere finalmente un rilievo più di primo piano in Poppies (dove la chitarra jazzata di Kaye rende grande un pezzo altrimenti fragile e disordinato), nella più distesa Distant Fingers (una riproposizione dei reggae anemici del primo album) e soprattutto nella lunghissima title-track, vertice sperimentale di dissonanze morenti e allucinazioni malate rese con uno stile chitarristico che incrocia l’Hendrix più marcio e il Tony Iommi più sotterraneo.

Qui e solo qui voce e strumentazione sono infine sullo stesso piano e compenetrati l’una nell’altra: Radio Ethiopia (e la sua coda Abyssinia) è la The End del Patti Smith Group. Chiaramente Easter è l’album della maturità artistica, oltre ad essere quello più conosciuto; se non altro perché conteneva classici apicali come Because The Night e Rock’n’Roll Nigger. Tuttavia Radio Ethiopia è probabilmente l’album più omogeneo, istintivo e significativo di tutta la carriera artistica di Patti Smith: comunque quello più capace di trasformare attraverso un ardito processo di flusso di coscienza, l’umore di un’intera generazione in materiale mitologico e vinilico. Davvero non ho mai capito le critiche negative e lo scarso livello di vendita di questo LP: ma forse mainstream e arte non sono (e non vogliono) sempre la stessa cosa.

20 ottobre 2016
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