Film

«La vita e la morte mi sembravano limiti ideali che io per primo avrei oltrepassato, per riversare un torrente di luce nel nostro oscuro mondo. Una nuova specie mi avrebbe benedetto come il suo creatore e la sua sorgente: molti esseri felici ed eccellenti avrebbero dovuto a me la loro vita».

Non c’è dubbio che il Frankenstein di Mary Shelley sia uno dei capisaldi della letteratura moderna. Pubblicato nel 1818, il romanzo, che insieme al Dracula di Bram Stoker ha contribuito a formare l’immaginario dell’orrore dell’epoca, è anche uno dei vertici della corrente romantica. In esso, attraverso affascinanti metafore e analogie, si mettono in luce l’assoluta unicità del sublime e la sua componente primaria, la solitudine, che fa sì che agli essere “normali” essa appaia come un’aberrazione e che solo il “genio” sia in grado di comprenderla. Vero rappresentante della bellezza ma anche dell’orrore generato dalle passioni umane, Frankenstein, o il Prometeo moderno si erge come un pesante e affascinante monito contro la mostruosità, che in un sottile gioco di riflessi e di doppi è incarnata dall’ambizione umana, simbolo della nostra evoluzione e sorgente unica della nostra futura distruzione. Così l’uomo, lo scienziato che dà il suo nome all’opera, mette in discussione le leggi naturali che dominano l’universo, si innalza al di sopra degli esseri umani e si mette in competizione con il divino, in una lotta volta a piegare le leggi fisiche e naturali per riprodurre il processo che spetta soltanto a un essere perfetto e puro: la creazione. Gli sviluppi della vicenda, con la conseguente creazione della “creatura”, sono noti a tutti. Altrettanto noto è il cambiamento del tono dell’opera, che saltella in maniera armoniosa e mai claudicante verso altri elevatissimi temi, come l’etica medica e umana, o verso la comprensione di come la solitudine sia l’unico concetto che accomuna gli esseri pensanti e di come la ricerca della felicità sia un percorso che potrebbe non avere mai fine in questa vita terrena.

Il lungo excursus fin qui tracciato non è fine a se stesso: serve a comprendere una piccolissima parte della grandezza della letteratura e del problema che si pone quando si attua nei suoi confronti una revisione, un adattamento, o come in questo caso una riduzione. Perché in Victor – La vera storia del dott. Frankenstein, l’opera di Shelley appare microscopica, fastidiosamente offuscata dalla mediocrità di una scrittura che contamina quasi ogni settore del lungometraggio diretto da Paul McGuigan. Regista che non gode di discreta fama (suoi sono i pessimi Push e The Acid House, o il mediocre citazionista Slevin – Patto criminale), McGuigan si getta nella realizzazione di quella che viene definita come “la storia segreta”. Prima ancora che nella regia, il film soffre enormemente nella scrittura; il gusto esagerato ed eccessivo di Max Landis manca totalmente di rispetto nei confronti dell’originale, prendendo alcuni temi portanti e riducendoli a inezie, incidenti di percorso. Caratterizza questo nuovo (ma tutt’altro che moderno) Victor Frankenstein nello stesso modo in cui Guy Ritchie ricostruì la figura di Sherlock Holmes: ma dove nel personaggio creato dalla penna di Arthur Conan Doyle, il passaggio dalla composta saggezza scaturita dal processo deduttivo aveva ceduto il passo a una frenesia di conoscenza in maniera quasi organica (anche se in un certo senso blasfema), qui ci ritroviamo dinanzi alla pura incoscienza, in cui l’ambizione, (madre di tutti i peccati e) simbolo del personaggio letterario, viene spogliata della sua essenza e, cosa ben peggiore, privata di una giustificazione in grado di generare una qualsiasi catarsi o empatia con lo spettatore.

Il mostro, o creatura, da eroe romantico, titanico nella sua figura fisica ma minuscolo in quella sentimentale, data la sua purezza e il suo essere incontaminato dalle ingiustizie e dai costrutti che tessono l’apparato sociale, viene spogliato di tutto ciò e in una mossa tanto vigliacca quanto tremenda è ridotto a stereotipo, quasi a villain di turno. La sua grande tridimensionalità letteraria è qui ridotta a una disarmante bidimensionalità. «Chi è il vero mostro?» si chiedeva Mary Shelley in quella che non smetteremo mai di ricordare come una delle opere fondamentali della letteratura. Lo spauracchio tecnologico? No. Il vero mostro è il genere umano, in grado di compiere meraviglie indicibili e finanche impensabili, di superare i propri limiti incanalando la propria immaginazione e rendendola concreta, tangibile. Questo è un potere, però, che non può essere sottovalutato; con l’ausilio della ragione, forgiata attraverso l’etica, la pietà, l’amore, e tenuta a freno dalla paura (ultima e più importante delle passioni umane) possiamo raggiungere grandi traguardi a vantaggio della nostra specie. A volte, però, un solo ingenuo film può mettere in discussione le capacità intellettive di alcuni.

7 aprile 2016
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