Film

Dopo dieci anni di silenzio, Paul Verhoeven torna dietro la macchina da presa per quello che è indubbiamente un tentativo piuttosto affascinante di mettere in scena l’ambiguità delle forme narrative che si credono riconoscibili, per plasmare una realtà in costante mutamento. Cercare di riassumere la vicenda di Michèle senza accennare agli sguardi penetranti di Isabelle Huppert o al linguaggio di un corpo ripetutamente messo alla prova, snaturerebbe di fatto il lavoro del suo regista e dell’autore (David Birke, dal romanzo Oh… di Philippe Djian). Elle sfugge a qualsiasi incasellamento nei generi prestabiliti delle forme narrative più comuni: non è un dramma psicologico, anche se ne sfrutta abilmente alcune consuetudini; non è un thriller, giacché la sinuosità dell’intreccio non conduce mai per mano lo spettatore verso una soluzione su temi e personaggi messi in campo; non è un film erotico, i corpi e il loro linguaggio, lo stesso a cui prima facevamo riferimento, non trasmettono né sensualità né desiderio, ma nascondono invece un intento molto più sottile.

Michèle è una donna forte, abituata a soddisfare ogni forma di desiderio e ad avere pieno controllo sulla sua vita: si disfa di un matrimonio infelice, si procura un amante alle spalle della migliore amica – non per ripicca, ma perché capace di assoggettare la realtà che la circonda – allontana un figlio che non le somiglia per nulla e la nuora che avverte come una minaccia. Lo stupro che apre il film è anch’esso un evento impossibile da incasellare nel consueto e “rassicurante” spazio dell’imprevedibilità, dello straordinario. La protagonista accetta l’avvenimento con una freddezza che disorienta lo spettatore, quest’ultimo per nulla rassicurato dalle motivazioni di tale comportamento (il rapporto tra Michèle e la polizia e il suo passato noto alle cronache). La ricerca dell’identità dell’assalitore, si diceva, non ricalca gli stereotipi del genere proprio perché la sua finalità non è volta a una vera vendetta, anzi. Il ripetere l’atto, nella sua brutalità e nel suo aspetto incontrollabile, aprirà un nuovo scenario di cui Michèle sembra non poter più fare a meno, al pari del suo assalitore. Il controllo anche di tale avvenimento è la nuova ossessione della protagonista. Non a caso le premesse del tutto diverse che animeranno il terzo incontro-scontro porteranno a esiti del tutto opposti, in cui la vittima diventa carnefice in un gioco delle parti violento, scabroso, ma non per questo meno ambiguo.

In Elle, come l’azzeccatissimo titolo non fa che evidenziare sottovoce, tutto ruota attorno al personaggio principale, la cui forza basta a reggere un intero immaginario che si vuole irrealistico, patetico ma mai melodrammatico, arguto ma mai sarcastico. Tutti coloro che ruotano attorno alla fonte di luce, al corpo e alla mente di Michèle, sono esseri inadeguati, inetti, miserabili, parassiti. Gli uomini come le donne, ma anche per questo non c’è polemica sociale, non si tratta né di femminismo né, a maggior ragione, di misoginia. La forza di Verhoeven, oltre che nella definizione di una messa in scena sovrapponibile alla sua protagonista – una Huppert giustamente candidata all’Oscar, vincitrice di un Golden Globe e che avrebbe meritato tanti altri onori – sta anche nella costruzione di una progressione narrativa che assesta i suoi colpi migliori dopo aver distratto accuratamente l’attenzione (la vicenda criminosa del padre).

Da sempre attento alle ambiguità della psiche umana, nelle sue derive fantascientifiche (RoboCop, Total Recall), giocosamente erotiche (Basic Instinct, Showgirls) o in forme cinematograficamente più classiche (Hollow Man, Black Book), Verhoeven tocca il suo punto più alto in questo percorso che sembrava aver abbandonato e, cosa anche migliore, lo fa attraverso un cinema anch’esso pervaso da un’ambiguità sconcertante ed essenziale.

20 marzo 2017
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