• feb
    22
    2017

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Southern Lord

Non è un mistero che da un bel po’ di anni a questa parte, l’universo del Metallo Pesante (e Urlante) stia cercando invano una via di redenzione attraverso la pratica più comune e diffusa presso i musicanti e i rispettivi progetti del nuovo millennio: il revivalismo. Ci sono infatti ben poche band che provano a cambiare gli stilemi e il linguaggio del genere (in senso lato) dall’interno, soprattutto se messe a confronto con la notevole quantità di baluardi e mostri sacri ancora in attività, band che effettivamente nella loro epoca riuscirono in un modo o in un altro a cambiare davvero la concezione dell’heavy metal e le sue molteplici sfaccettature. Poi, ci sono moltissime band che cercano di cavalcare l’onda lunga di quegli idoli, di cantarne di nuovo le gesta, come nella nobile tradizione degli aedi greci, e sono entità che portano con sé un’attitudine ben precisa che nel gergo del chiodo viene definita old school – qui codificata, re-interpretata e proposta in tutto e per tutto, dalle scelte di produzione ai suoni, dalle copertine e l’immaginario all’abbigliamento fancy dei membri del gruppo. E i Power Trip da Dallas, Texas, sono sicuramente una delle band che meglio incarna questo spirito, e che porta fiera la fiaccola del thrash metal anni Ottanta, seppur condendone i blast beats e le ritmiche con un’attitudine crossover, e mescolando quelle specifiche coordinate stilistiche con l’urgenza dell’hardcore punk. Suoni che riportano la mente e le orecchie a band come i Suicidal Tendencies, giusto per citarne una tra le molte che si sono fatte grandi con questo tipo di commistione sonora.

Con Nightmare Logic, il quintetto americano giunge quindi al traguardo del secondo LP sulla label di culto Southern Lord, nonché alla seconda prova in assoluto, dopo una serie di split ed EP, un live album, e il suo caotico e brutale predecessore, Manifest Decimation, uscito nel 2013. Il fatto che una label come Southern Lord – che generalmente predilige una linea piuttosto “avanguardista”, se così si può definire, nella scelta delle band e nella proposta – abbia deciso di puntare già da subito su questi Power Trip, però, è chiara dal momento in cui ogni ascoltatore decide di tenere ben stretto il fegato tra le mani e farsi colpire dalla deflagrante macchina da riff texana, che in quest’ultima prova in studio fa la parte del leone e sfoggia pezzi di scintillante brutalità. Roba come Firing Squad o Waiting Around to Die che, armate di chitarre taglienti, farebbero sorridere ogni santino di Jeff Hanneman appeso nelle disordinate stanze degli headbangers di tutto il mondo, e che ricordano molto da vicino il carnaio sonoro di Arise dei Sepultura.

La sezione ritmica fornita dal bassista Chris Whetzel e dal batterista Chris Ulsh (che figura anche come songwriter di spicco) è possente e metodica, accentuata e legittimata a far vittime dalla mano sapiente di Arthur Rizk, chitarrista dei Sumerlands, già al terzo passaggio dietro al deck con i Power Trip, ma che ha anche curato la produzione (come ingegnere, addetto al master o al missaggio) di album di varia estrazione – da Forever dei Code Orange a Frozen Niagara Falls, il feroce contenitore di power-electronics ad opera del producer Prurient. Sempre conferendo ad ogni lavoro quel quid e quei piccoli accorgimenti che rendono il tutto più aggressivo e sporco negli intenti (grim, ovvero malvagio, sinistro, sempre avvalendosi dell’oscuro gergo) ma assolutamente distante per risultato sonoro all’estetica lo-fi, che caratterizza altri generi come il black metal o il crust, ad esempio.

Produzione, questa, dal taglio molto old-school, che amplifica le chitarre con riverberi ed echi, e che come contrappeso conferisce al basso e alla batteria un suono iper compresso, compatto e cavernoso al tempo stesso – che spicca, pesta duro e fa male, e sale in cattedra in brani come la title track, probabilmente il brano più efficace del lotto, con il suo incedere incalzante che galoppa furioso verso l’oblio. I testi sono come al solito iperbolici nell’abbracciare la brutalità, eccessivamente splatter ma non senza una punta di sano sarcasmo, cosa che il genere impone (gli Slayer erano dei burloni, d’altronde), poiché in veri e propri inni alla distruzione totale come Ruination o If not us, then Who? si cela il ghigno pungente e la critica socio-politica di Dave Mustaine – sarà l’era Trump, ma è una cosa che accomuna molti artisti, e nel metal ha avvicinato act come i Power Trip, decisamente più seriosi, allo state of mind di progetti più dediti al sano scazzo e all’ironia, come i compagni di riff Iron Reagan.

Nightmare Logic elargisce sane mazzate ed esercita la sua punizione con fare metodico, seppur alle volte la sua natura lo tradisca, con la band che, più che reinventare il genere d’appartenenza, si attiene più ad una rilettura fedele e efficace, ma che spesso si affeziona un po’ troppo ai tòpoi ed ai cliché del genere. Come nel singolo Executioner Tax (Swing of the Axe), sardonica e sadica risata di scherno verso la religione e la tematica del giudizio finale, ma compitino fin troppo regolare e stretto nei propri schemi, che non rischia però di far perdere il tiro a un album complessivamente molto valido e compatto. Perché Nightmare Logic è questo: lo stato dell’arte del revivalismo metallico e un notevole passo avanti per i Power Trip che, come tanti altri colleghi, ci ricordano che ok, il metal è restio a cambiare, ma finché si esprime con il consueto linguaggio ed è efficace nel suo intento – quindi riesce a mettere a repentaglio il vostro udito (e la vostra sanità mentale) – allora tanto vale che non cambi di una virgola.

19 marzo 2017
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