• mar
    01
    2005

Album

Interscope Records

Il perdono per i quasi tre anni di assenza se l’erano già guadagnato con il loro breve ma intenso tour promozionale, transitato recentemente – prima dell’uscita dell’album – anche dal capoluogo meneghino. Sulla dipartita di Nick Oliveri sono stati versati fiumi d’inchiostro. E’ già stato detto tutto e il suo contrario ma, alla resa dei conti, i dubbi, le perplessità e le nefaste profezie sul proseguimento del progetto QOTSA lasciano inevitabilmente spazio alla curiosità per questa nuova veste – l’ennesima, stavolta con Alain Johannes, Troy Van Leeuwan e Joey Castillo – delle Regine. E, piaccia o no, oggi l’unico che può fregiarsi a pieno titolodella qualifica di Mister QOTSA è il rosso Joshua Homme.

E’ compito assai arduo giudicare serenamente e con il necessario distacco il lavoro di un gruppo che negli ultimi anni è accorso al capezzale di un rock agonizzante praticandogli brutali ma efficaci massaggi cardiaci e ammiccanti respirazioni bocca a bocca. Dare un seguito ad un pezzo da novanta come Songs for the Deaf poi è impresa tutt’altro che semplice anche in virtù dell’atteggiamento di certa critica che, in condizioni ambientali come questa, al primo passo falso applica, con malcelato godimento, la pena di morte.
La band, fiutato il pericolo di un’imboscata, prepara un’ accoglienza coi fiocchi e dopo la filastrocca d’apertura targata Mark Lanegan passa al contrattacco. E lo fa con due molotov – Medication ed Everybody Knows That You’re Insane – accese una in fila all’altra e fatte esplodere in pieno viso all’ ascoltatore senza lasciargli il tempo di orientarsi. Cassandre zittite e fan a tirare un sospiro di sollievo. Prova di forza si, ma anche segno evidente di una tensione troppo a lungo covata e finalmente messa in libertà. Lo strappo iniziale sembrerebbe però essere costato troppe energie e, benché altri episodi senza compromessi non manchino (come testimoniato dal brano migliore del lotto Someone’s In The Wolf – sette minuti trapassati da parte a parte da chitarre sadiche e incendiarie che travolgono tutto ciò che gli si para innanzi) i toni dell’opera, dopo la sfuriata, si stemperano facendo risaltare maggiormente momenti forti si, ma in termini di l’intensità e non di mera forza bruta.
In un tale contesto vanno a collocarsi meravigliosamente le irrequiete e blueseggianti Burn The Witch e You’ve Got A Killer Scene There Man. Marziale la prima – con lo ZZ Top Billy Gibbons alle 6 corde – lisergica la seconda, con Lanegan a fare il verso a Jim Morrison, spalleggiato nell’occasione dalla presenza femminile di Shirley Manson dei Garbage e di Broody Dalle, front woman nei Distillers e compagna di Homme. Questa scelta, se può non rappresentare un cambio di rotta definitivo, rivela quantomeno un’ apertura della band verso sonorità meno violente (ed originali) ma ugualmente efficaci.
L’ammorbidimento (se di morbidezza si può parlare quando si trattano i QOTSA), viene poi palesato nel singolo Little Sister e nel suo successore predestinato I Never Came. Si ha infatti a che fare con due episodi – power pop uno, ballata l’altro – rispettosi dei rigidi dettami della premiata formula strofa-ritornello. Canzoni alle quali le radio, c’è da scommetterci, renderanno servigi preziosi.
La band pare, in definitiva, essere uscita indenne da una crisi che poteva pregiudicarne la sopravvivenza dando vita ad un disco compatto, seppur inevitabilmente più debole e meno omogeneo rispetto al predecessore,che ne consolida la posizione di faro nel panorama rock odierno.

Se il suddetto disco rimarrà sarà il tempo a dirlo ma, considerate le sensazioni che rimangono aggrappate alla pelle terminati i 60 minuti dell’ascolto, risulta difficile non ammettere che sì, anche stavolta Homme e soci la pagnotta se la sono guadagnata e che questo LullabiesTo Paralyze, il prezzo del biglietto lo vale tutto.

1 marzo 2005
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