• giu
    01
    2001

Album

Parlophone

Si arriva così al 2001, quando tra indiscrezioni (inattendibili) che annunciano il ritorno alle antiche (?) sonorità e polemiche circa l’opportunità dell’operazione, compare sugli scaffali Amnesiac. Dirò subito quello che penso: sono convinto che in altri tempi questo e il predecessore sarebbero stati un disco solo (del resto i pezzi sono nati vieppiù nello stesso periodo), il classico doppio album-prova di forza per sé e per il pubblico, un punto d’arrivo assoluto su cui edificare il grado zero di nuove escursioni. Insomma, un Blonde On Blonde, un White Album, un Exile On Main Street. Altri tempi. Francamente, lo avrei preferito. Di più, lo rimpiango come il passo epocale che i Radiohead non hanno avuto la possibilità o forse il coraggio (l’avventatezza?) di compiere fino in fondo.

Oppure, ad esser benevoli, è stato un passo calcolato. Forse un doppio album contenente un tale cambiamento di marcia e direzione sarebbe stato troppo per la sensibilità di una platea sempre più costretta a fare i conti con un pernicioso deficit di tempo e – peggio – di attenzione, senza considerare le probabili (e di sicuro forti) resistenze opposte dalla Parlophone. Va dunque accettato per ciò che è e sembra, a partire dal senso di intima continuità tra i due programmi, pure se Amnesiac sembra affondare il passo in una sorta di pacificazione emotiva e sensoriale, come se l’impeto radicale della svolta estetica fosse ormai alle spalle, aprendo così al recupero di suggestioni anche desuete, anche inquietamente retrò, vaticinandosi come pura evocazione sonora trans(o post-, o pre-)gender.

Quindi più espressione che forma, quest’ultima già individuata, già metabolizzata se non altro come direzione, ultimo indirizzo conosciuto una dirimente post-modernità. Lungi però dalla levigatezza, i confini incerti delle strutture e il margine sfibrato dei suoni sembrano altresì rimandare ad una poetica di permanenza dell’umano nel delirio dis-umanizzante del dominio tecnologico, sembrano indagare la possibilità di una contingenza spirituale e corporale assieme nel gioco di opzioni sempre più chiuse, programmate e programmabili, alienanti e aliene. Veniamo dunque alle canzoni, che talvolta si scordano di essere canzoni: seguono correnti strane, suggestioni di suono, non tutte affascinanti (Pulk/pull Revolving Doors rischia di implodere in un giochino inane), non tutte sensate (Hunting Bears e la sua chitarra esplorante, ma verso dove? ma cosa ancora?); quello che in Kid A finiva per rivelarsi contro-inno spiazzante e apocalittico qui rimane più in superficie, nonostante l’innegabile sfiziosità (Pact Like Sardines In A Crushed Tin Box); quello che in Ok Computer crepitava caustico qui rischia il collasso in una serialità impetuosa ma annichilente (I Might Be Wrong).

Ci sono poi momenti interessantissimi che però in un certo senso odorano di incompiutezza: è il caso di Dollars And Cents (un delirio ritmico para-jazzy che porta il canto su aspri sentieri, circondato da traiettorie un po’ automatiche di synth), o della rilettura di Morning Bell (rallentata, ipnotica, sofferente, in ebbro equilibrio tra atmosfere semiacustiche e panneggi sintetici, senz’altro fascinosa ma venuta un pochetto gratis). Quando invece la liricità sghemba di Yorke accarezza l’abisso, è uno spettacolo: You And Whose Army? (vibrante afflizione paradisiaca, il piano elettrico come ectoplasma seventies, il canto raccolto nell’echeggiare di una scatola magica, il suono deliziosamente sfrangiato), Knives Out (un fraseggio nervoso, decadente, il drumming vivace, la presenza in carne e ossa della band dietro al vocalismo dolente e inquieto di tommasino), Life in a Glasshouse (un miracolo inaspettato, melodia ampollosa riletta e decantata dagli ottoni sbuffanti di una vecchia jazz band) e Pyramid Song (l’incedere irresistibilmente zoppicante, il controtempo palpitante del piano, gli archi insidiosi, l’esplosione trattenuta della batteria, quello stranissimo synth affilato e sinuoso).

Ma la palma del capolavoro va a Like Spinning Plates: ascoltarla significa cacciare la testa in un acquario, attraversarne il lattescente liquore, affidarsi ad una melodia eterea che sboccia quasi di soppiatto nell’incubo seriale (eccolo il lascito Tim Buckley già paventato in My Iron Lung Ep), come fosse l’unico filo d’ossigeno, la sola via d’uscita, l’ultima speranza possibile: e si chiama – orribilmente – consapevolezza.

1 giugno 2001
Leggi tutto
Precedente
Mogwai – Rock Action Mogwai – Rock Action
Successivo
The White Stripes – White Blood Cells The White Stripes – White Blood Cells

album

artista

Altre notizie suggerite