• ott
    01
    2000

Album

Parlophone

Non fosse che per il carico di suggestione “storica”, per il senso di aspettativa dirimente che l’immaginario collettivo vi aveva da sempre riposto, il 2000 doveva giocoforza significare un punto di arrivo e passaggio, compimento e apoteosi, ripensamento e rivoluzione. Chissà se a Yorke e compagni tutto questo è mai importato, certo è che il loro quarto lavoro ha rappresentato uno scarto ulteriore, nettissimo, sconvolgente: Kid A allibisce e incanta in egual misura, suggerendo un percorso di implosione emozionale che riarticola e in gran parte rinnega la classica forma rock senza scordare però il peculiare patetismo di fondo, quella traccia d’umanità raggelata che percorre ogni canzone, qualsiasi piega prendano le direttrici del suono.

Insomma, non ci sono dubbi: sono ancora i Radiohead. Il bello è che per continuare ad amarli dobbiamo accettarne il gioco, sottoposto nel frattempo a significative mutazioni: fintanto che lo sfigato interprete più o meno in incognito delle “vecchie” canzoni radioheadiane (perfettamente incarnato nell’icona-Yorke) trovava – o credeva di trovare – proprio nella canzone un’arma di testimonianza e affrancamento (sempre tardiva e disperata, ma utilissima per gridare al mondo l’io-esisto-e-sono-incazzato-per-questa-merda-di-situazione), la deflagrazione rabbiosa era una cifra espressiva necessaria, catartica, riscattante. Oggi quello sfigato ha fatto carriera, vive e lavora e si ciba nella (della) macchina che tanto lo ha fatto disperare ed esasperare, cammina fianco a fianco coi prodotti di questo soffice regime, attua il teorema della produttività come una naturale funzione fisiologica. Ma non ha perso lo sguardo bieco e di sbieco, non ha perso la capacità di violare il senso e la superficie per approdare al dolore del non poter essere, alla mancanza di pienezza, alla falsità dei “movimenti”.

Questo lamento “dal di dentro” assume la forma di canzoni che – appunto – implodono o si mantengono per qualche istante su un livello appena più alto di tensione emotiva, rifuggendo lo schema accumulazione-esplosione tipica del rock più classico (e di tanti loro cavalli di battaglia come Creep, Fake Plastic Threes, Lucky, ma anche a ben vedere Paranoid Android). In un certo senso qui si delinea chiaramente ciò che in Ok Computer era accennato in pezzi come Climbing Up The Wall e Airbag: il rock – sembrano dire i Radiohead – è inadeguato così com’è a contrapporsi ad un meccanismo che sa di avere nella canzone (con il suo carico di rabbia e rifiuto del sistema stesso) uno dei propri prodotti più vendibili e redditizi.

Quindi non più speranza rabbiosa ma l’affanno opalino di vivere nell’eclisse delle aspettative (come già dichiarava No Surprises), non più esplosione ma dilatazione della tensione e della percezione di essere (noi, qui, ora) come auto-condanna ma anche come arma ultima di affermazione, di esperienza di sé, alla ricerca di altre modalità di appartenenza al momento vitale, organiche finalmente (di nuovo) ai palpiti del tempo. Corre il pensiero al be-bop, al free jazz, all’improvvisazione come unica modalità veramente espressiva, all’affrancamento del gesto artistico rispetto alle strutture, all’imperativa simbiosi col reale per cui l’esecuzione è affare di corpo e anima, di intestino e sensibilità, atto terreno e spirituale, corruttibile ed eterno, contingente e irripetibile. Non a caso nei mesi che precedono la loro ormai attesissima quarta prova, i Radiohead non fanno mistero di prediligere l’ascolto di artisti come  Mingus e Miles Davis. Inevitabile tenerli nel cuore, ma tornare alle forme jazz sia pure avanzate di costoro sarebbe patetico, oltre che inutile o alla peggio ridicolo.

Non mancano infatti nuovi “liberatori”, coloro che hanno saputo interpretare il codice delle macchine e dominarne le derive – ormai organiche al quotidiano, parte a tutti gli effetti dello stesso processo di produzione/consunzione – nei cui sogni e nelle cui mani balenano le formicolanti possibilità delle frontiere oltrepassate, senza dimenticare le evanescenti calligrafie di Satie, le architetture ipercromatiche di Terry Riley o l’imboscata sintetica di Neu!. Hanno ragioni sociali aliene come Autechre e Aphex Twin, Pan Sonic e Mouse On Mars, sono riferimenti più che attendibili per questa teoria di canzoni che non hanno bisogno di fragore, implosioni rumorose che provano a bastarsi da sé, che tentano di riconoscersi tra milioni di voci e rumori, nella micro (r)esistenza come ultima frontiera dell’umano.

In realtà non ci siamo spostati troppo da Nice Dream, ma di quel poco che da sempre – nel rock e non solo – fa un’enorme differenza. Così, tra cantilene ondeggianti e incredibili intersezioni analogico-sintetiche (In Limbo, How To Disappear Completely), intrecci sonori pulsanti e oblique contraffazioni vocali (Everything In Its Right Place, Idioteque), rarefazioni spaziali angosciose (Kid A, Treefingers), nevrastenie melodico strumentali (il bailamme fiatistico di The National Anthem, la convulsione arabescata di Morning Bell), qualche concessione al passato (Optimistic) e trepidanti sospensioni melodiche (Motion Picture Soundtrack), questo disco opera quasi in sordina una rivoluzione copernicana, recupera lo spessore e il silenzio, cerca (e trova) l’anima attuale delle cose, traccia un raccordo esile ma tenace tra l’ambient inquieto di Brian Eno, certe inquiete brume di pop digitale eighties (Wire, Japan) ed il panorama offerto dall’ancor fresco menù di casa Warp: ma è ancora di carne e sangue questa sofferenza, questo senso di perdita e rabbiosa impotenza che ci arriva così forte, così chiaro. Così effimero e interno.

1 ottobre 2000
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