• giu
    01
    1997

Album

Parlophone

Dopo il botto di The Bends tutti volevano i Radiohead: il cinema, la tv, le platee. Le platee, soprattutto: quasi due anni di concerti come spalla di R.E.M. e Alanis Morrisette guadagneranno loro una popolarità che poteva finalmente definirsi universale. Tutto questo chiama Yorke e soci ad impegnarsi come mai avevano fatto nella registrazione del nuovo album, che piove sul mondo nel 1997: è Ok Computer, uno dei momenti rock imprescindibili dei nineties, ci piaccia o meno.

Si dice che moltissimi ricordino ancora oggi il luogo e il momento preciso in cui hanno acquistato o conosciuto Sgt. Pepper’s, tanto ha segnato l’immaginario collettivo e individuale di intere generazioni. Mi succede lo stesso con il terzo dei Radiohead, io che tendo sciaguratamente a scordarmi di tutto. Cosa succede, dunque? Perché tante citazioni, tanta attenzione attorno a questo disco? In primo luogo, l’elemento sorpresa: i più si attendevano di veder ripetersi la fruttuosa formula di The Bends, via di fuga intelligente (perché sofferente e preziosa) dalle paludi del pop da classifica e pur sempre prodotto vendibilissimo (su cui molti, come abbiamo detto, si sono poi appiattiti). E tutti se lo auguravano, in fondo: per questo gli entusiasmi furono affiancati da tanto sconcerto e fastidio.

A gioco lungo si può comunque dire che l’imponente qualità della proposta abbia avuto la meglio: in Ok Computer il suono compie uno scarto deciso verso la sintesi elettronica, sia che affianchi come un’ombra ineluttabile ogni possibile rigurgito acustico (Exit Music) o che riarticoli in fattezze cibernetiche la pura manualità (ad es. il drumming di Airbag, di Karma Police, di Climbing Up The Walls…); il registro è inafferrabile, oscilla tra furia, alienazione e decadenza, cosparge su tutto una brezza di malinconia, anche sull’orrore allibito per un futuro possibile, forse imminente, forse già qui (Karma Police, No Surprises, Lucky…); le strutture si disarticolano, dilatandosi, negandosi, contraddicendosi (valga su tutte Paranoid Android, un collage di almeno tre motivi incredibilmente coeso nonostante la schizofrenia melodica, lo sguardo nel vuoto pneumatico tra apocalissi prog e lo sguardo oscuro della psichedelia post-floydiana); il canto, quel canto, sempre meno punto di riferimento attendibile e modello ricalcabile (si va dal raga digitalizzato in Airbag al melodismo ebbro di Let Down, passando dalla cupezza scabra di Climbing Up The Walls alla furia gelida di Electioneering fino alle scelleratezze cinematiche a cuore aperto di Exit Music).

Insomma, un tuffo di testa nel pieno delle possibilità definite da folk, psych, punk, electro-wave ed un pizzico di prog, come se un trentennio e oltre di espressione e sperimentazione si annidasse nel sottopelle argentato di questo pretenzioso dischetto. Ma anziché celebrarne i fasti sembra quasi alludere alla sconfitta del pop-rock, stritolato dalla pressione e dall’immanenza delle architettura informatiche, il significato disperso nell’abbacinante pullulare di significanti, nel caleidoscopio impazzito di forme e combinazioni realizzabili e fruibili sempre più facilmente, sempre più velocemente e – per pura inadeguatezza fisiologica o semplice ritardo evolutivo – distrattamente. È palpabile l’eclisse di prospettive e speranza pur nella stringente bellezza di suoni e melodie, come un dolente autodafè, come accogliere l’esecuzione vivendosi un po’ più forte.

L’impressione sul pubblico è enorme, la scommessa – perché di scommessa si trattò – è vinta: il disco vende, stravende, scatena orde di appassionati e nugoli di detrattori. Per dire, gli uni vedono nell’approccio insolito al mondo dei media (i video sono quanto meno stranianti, quello di No Surprises è addirittura geniale nella sua semplicità) la dimostrazione irrefutabile della statura e genuinità degli oxfordiani; gli altri interpretano proprio questo snobismo promozionale come la prova schiacciante della loro artificiosità. Insomma, le solite cose.

1 giugno 1997